Pepe-san (a sinistra), Kyūkyoku-san (al centro), Kaminaga-san (a destra) nel locale autogestito Waseda AkaneI Dame ren
Intervista a Kaminaga Kōichi e Kyūkyoku Kyūtarō
di Filippo Dornetti
Quella che segue è un’intervista raccolta nel ristorante Denny’s nei pressi della stazione di Koenji, Giappone, il 14 agosto 2025. I Dame ren nascono nel 1992 a Tokyo, nel contesto di crisi economica e precarizzazione del lavoro dopo lo scoppio della bolla speculativa giapponese (1990-91). Letteralmente “lega degli inetti”, sono una rete di attivisti che da oltre trent’anni contesta la cultura del lavoro, il consumismo, la società del profitto e della competizione. Al posto dei valori dominanti, sperimentano stili di vita basati su pratiche antiautoritarie (DIY, gruppi di discussione e di mutuo aiuto, progetti di coabitazione). Si sono impegnati in una grande varietà di campagne politiche e sociali, dalla salute mentale all’ambiente, dal pacifismo al precariato. Kaminaga Kōichi (1964) è uno dei punti di riferimento del gruppo. Kyūkyoku Kyūtarō (1967), poeta e caregiver, è stato fondatore e a lungo animatore del locale autogestito Waseda Akane, per molti anni punto di ritrovo dei Dame ren.
F: Filippo • Ka: Kaminaga Kōichi • Ky: Kyūkyoku Kyūtarō
F: Questa intervista ha come obiettivo quello di presentare le vostre attività, i vostri libri e gli altri progetti che avete realizzato finora. Quindi, per prima cosa, vorrei che vi presentaste brevemente.
Ka: Certo, sono Kaminaga Kōichi dei Dame ren. Ho 58 anni. Dopo la laurea ho trovato un lavoro. Era più o meno il 1991, credo. Mi sono licenziato dopo dieci mesi e, beh, da allora ho deciso che non avrei più lavorato. Sono rimasto disoccupato e ho vissuto per scelta come freeter (lavoratore precario). Poi, nel 1992, ho formato il gruppo Dame ren con Pepe Hasegawa e altri attivisti, con i quali collaboro da oltre trent’anni. Ma attenzione, quando dico “attivista”, almeno nel mio caso, intendo attivo nel “non fare nulla”, in pratica non lavoro molto. E non consumo nemmeno molto.
L’idea è quella di vivere con pochi soldi e senza spendere. Ma allo stesso tempo, essere impegnati sia in tematiche politiche e sociali dal basso sia nella scena culturale alternativa e controculturale. Per me, l’interazione e lo scambio di idee ed esperienze (kōryū) è fondamentale. Con gli altri organizziamo eventi chiamati “gruppi di discussione Dame ren” (Dame ren kōryū tōku), dove tutti possono dare un contributo su come costruire uno stile di vita e una cultura alternativi e indipendenti. Questa è la mia attività, come vedi, un’attività leggera, non impegnativa.
F: Continui a condurre il tuo programma radiofonico?
Ka: Certo! Le puntate sono disponibili su Youtube[1], anche se mi rendo conto che questa scelta è un po’ problematica. Da circa dieci anni ormai conduco questo programma, chiamato Dame ren Radio. Siamo alla cinquantottesima puntata. Trasmetto una volta ogni due o tre mesi. Il motto di ogni puntata è “atsuku atsuku atsuku Revolushon” (“calda, calda, calda rivoluzione”). Oltre alla trasmissione, ho scritto e pubblicato un libro l’anno scorso[2] e ne sto preparando uno nuovo.
F: Parlaci di quello nuovo, lo stai scrivendo da solo?
Ka: Venticinque anni fa ho pubblicato un libro intitolato Dame ren: come vivere senza lavorare (Dame ren no atarakanaide ikiru ni ha)[3]. Si tratta di una raccolta di dialoghi tra Pepe e me, e sta per essere pubblicato per la prima volta in edizione tascabile. Tuttavia, dato che sono passati venticinque anni, sto pensando di riscriverne quasi la metà: le sezioni di Pepe rimarranno così come sono, riscriverò un po’ le mie parti e poi chiederò a varie persone di contribuire. Chiederò anche a Kyūkyoku-san di scrivere qualcosa. Il nuovo titolo sarà La rivoluzione senza lavorare.
F: Kyūkyoku, è il tuo turno, parlaci un po’ di te.
Ky: Mi chiamo Kyūkyoku Kyūtarō e ho la stessa età di Kaminaga.
Ho abbandonato l’università al secondo anno, dopo aver conseguito solo quattro crediti. Durante gli anni dell’università ho iniziato a occuparmi di persone con disabilità gravi, grazie a un incontro con un disabile. All’inizio mi occupavo di persone con paralisi cerebrale (PC), ma in seguito ho ampliato il mio campo di attività includendo disabilità intellettive, sensoriali e altro ancora. In Giappone, c’è anche stato un movimento per i diritti delle persone affette da paralisi cerebrale chiamato Aoi shiba (erba blu) [4], che ha avuto un grande impatto.
F: Quando è nato?
Ky: All’inizio degli anni Settanta. All’epoca il regista Hara Kazuo fece anche un documentario intitolato Sayōnara CP (Addio PC) [5]. Ritraeva persone affette da PC che, influenzate dal movimento studentesco, si erano autorganizzate. Molti giovani furono colpiti da questo movimento e cominciarono a dare una mano, io sono uno di quelli. Ci prendiamo cura di persone disabili che decidono di vivere la città in modo indipendente, non abitando in istituti preposti, ma affittando un appartamento.
Oltre a questo, negli anni Novanta, ho iniziato a interessarmi all’anarchismo e con alcuni amici ho creato una rivista, con l’intenzione di presentare gruppi e idee dell’anarchismo occidentale, europeo ma non solo, in Giappone. Ricordo un numero speciale dedicato al movimento degli Autonomen tedeschi. In quel periodo i movimenti extraparlamentari giapponesi erano indeboliti, in parte travolti dal terrorismo degli anni Settanta, come quello portato avanti dal gruppo Rengō Sekigun. La situazione dei movimenti europei mi sembrava invece molto più vivace e originale.
F: Qual era il nome della rivista?
Ky: “Actual Action” (“Akushuaru akushon”). Verso la metà degli anni Novanta invece, dei compagni più giovani hanno fondato la rivista “Anarchist Independent Review” (“Anakisuto indipendo rebyū”) e ho cominciato a scriverci anche io. È in quel periodo che ho conosciuto Kaminaga-san, abbiamo organizzato iniziative ed eventi insieme, come Dame ren e Review.
Ka: Esatto: concerti, happening artistici, eventi di street art. Una volta, ad esempio, abbiamo organizzato un evento estemporaneo davanti al Museo d’Arte di Ueno: una performance con racconto ad alta voce e alcune opere di nostra produzione sistemate alla bell’e meglio sulla strada.
F: Come vi siete incontrati?
Ky: Uno dei fondatori del gruppo Dame ren, Pepe-san, era un mio amico e collaboravamo come caregiver. All’epoca, lui lavorava al ristorante Okinawa Shokudo a Waseda, un luogo d’incontro del mondo alternativo. Grazie a questo legame con Pepe-san, ho incontrato Kaminaga-san e gli altri membri del gruppo Dame ren.
F: La nascita del Dame ren è legata all’Università Waseda?
Ka: Sì. Quando ho lasciato il lavoro e me ne stavo senza far nulla avevo molto tempo a disposizione e ho cominciato a frequentare il collettivo indipendente Non-sectarian Radical [per indipendente si intende non legato a partiti N.d.T.] dell’Università Waseda, a Tokyo, dove mi ero laureato, andavo alle loro riunioni e davo una mano. C’era Pepe, che aveva la mia stessa età, ma essendo fuori corso era ancora lì. È in quel contesto che si è originato Dame ren.
Kyūkyoku-san invece faceva parte di un collettivo indipendente dell’Università Meiji, sempre a Tokyo. In quel gruppo c’erano molti anarchici con cui il collettivo di Waseda aveva buoni rapporti. Inoltre, molti dei membri di questi gruppi erano coinvolti nella cura dei disabili, come Pepe e gli altri ragazzi di Waseda. è stato questo legame comune con le persone disabili a far nascere la nostra amicizia.
Abbiamo fatto anche altre cose assieme, ad esempio abbiamo collaborato nell’ambito movimento contro i rimpatri dei sans-papier iraniani a inizio degli anni Novanta. All’epoca la polizia andava a caccia di iraniani, che venivano fermati per strada ed espulsi all’istante se privi di passaporto.
F: Come mai hai sentito l’esigenza di formare i Dame ren? Non eri soddisfatto del collettivo studentesco di Waseda? C’era qualcosa che non andava?
Ka: No, il collettivo era a posto, i suoi membri erano seri e impegnati, ad esempio nel movimento antimonarchico, nel movimento pacifista e così via. Ma una volta laureati, molti di quegli studenti cominciavano a lavorare e abbandonavano l’attivismo. Inoltre, si prendevano troppo sul serio, avevano una missione, erano troppo ideologici. Io e i miei amici, invece, avevamo un’attitudine diversa, cercavamo qualcosa di meno serioso e un po’ più divertente. In quanto alle tematiche politiche, certamente l’antimilitarismo o la lotta contro il sistema imperiale giapponese erano importanti, ma io volevo confrontarmi anche con questioni “personali”, cose come lo stile di vita, il senso di disagio sul lavoro, le questioni relazionali, in altre parole, la vita stessa come tema.
F: Queste tipo di tematiche non veniva discusso?
Ka: No, assolutamente. Sentivo l’esigenza di un rinnovamento dei temi di cui ci occupavamo, dovevamo trovarne di nuovi, come la lotta contro la discriminazione. Partecipavamo alle manifestazioni del collettivo, quasi ogni fine settimana. C’erano persone davvero capaci che organizzavano ogni cosa, e noi, beh… noi eravamo praticamente un gruppo di inetti, dei veri e propri signori nessuno, capisci [risate]. Alle manifestazioni eravamo sempre in coda e i leader del movimento ci deridevano: “Ma quelli sono degli sfigati, non combineranno mai nulla nella vita” [risate]. In effetti non eravamo studenti “regolari”: eravamo fuoricorso, o laureati precari, e la nostra attitudine era differente, più leggera. Di fare carriera, che si trattasse di lavoro o di politica, non ce ne importava un fico secco. Cercavamo qualcosa di diverso. Ci chiamavano “buoni a nulla” (dame) e così abbiamo formato il collettivo dei buoni a nulla: Dame ren!
F: Anche tu, Kyūkyoku, eri parte di un collettivo studentesco indipendente. Com’era il tuo collettivo?
Ky: Sul finire degli anni Ottanta i movimenti sociali in Giappone erano terribilmente stagnanti, erano autoreferenziali e ripetevano continuamente gli stessi schemi di azione. All’epoca, il Giappone era in piena bolla speculativa e gli studenti si erano in gran parte allontanati dalla politica. All’università nessuno ci ascoltava, anzi, venivamo ridicolizzati. Eravamo consapevoli che uno dei problemi principali era rinnovare il linguaggio del movimento. Oggi la situazione è forse anche peggiore.
F: Nei collettivi c’erano relazioni paritarie oppure autoritarie?
Ka: Non penso fossero autoritarie.
Ky: Sono d’accordo. Negli anni Ottanta, in pieno riflusso, chi si impegnava nel movimento studentesco era di base un irregolare che rifuggiva per natura dall’autoritarismo.
F: Come traduciamo Dame ren in inglese?
Ka: Recentemente, se ne è discusso con un’amica, Tokunaga Lisa, che si occupa di attivismo in Indonesia. Lei ha proposto “useless collective”. Tu che dici?
F: Ren sarebbe rengō di “lega”, “confederazione”?
Ka: Sì, ren sarebbe “lega”, ma tradotto letteralmente è un po’ troppo rigido, non rende l’idea. La sensibilità del gruppo è un po’ diversa, più vicina al concetto di rete.
F: è usato in modo ironico?
Ka: No, solo che ren è usato per esprimere l’idea di interazione, di rete leggera. Invece dame, “buono a nulla”, è da intendersi in senso ironico, almeno in parte.
F: Leggendo il vostro libro ho letto che l’uso di dame che ne fai tu e quello che ne ha fatto Pepe è un po’ diverso. Ci puoi spiegare in che senso?
Ka: Beh, in realtà gli usi sono comunque molto simili. Pepe-san affermava di impegnarsi per impedire che “gli inetti” si sentissero male. In sostanza, organizzava dei gruppi di ascolto e discussione per chi viveva con difficoltà il fatto di essere un “non allineato” ai valori dominanti. Io, invece, con dame mi riferisco a “persone problematiche” all’interno del sistema capitalistico e fintamente meritocratico in cui viviamo. In che senso problematiche? Beh, ad esempio, è considerato problematico chi non riesce ad adattarsi al lavoro, chi ha problemi di soldi, chi ha difficoltà nella comunicazione e nel relazionarsi con gli altri. Anche io credo sia giusto incontrarsi e parlare di questi problemi, il punto, però, è che non siamo noi a essere “inadeguati”, ma è la pressione che subiamo a non andare bene. Siamo sempre chiamati a “vincere” all’interno di una società competitiva, ma perché dobbiamo competere? In questo senso, allora, è forse meglio essere inadeguati. Concetti come “vincente” e “perdente”, sono estremamente centrali nel Giappone di oggi. In questa società capitalista, realizzarsi significa diventare ricchi, e chi non lo è, è un perdente: chi non primeggia nel lavoro o ha un reddito basso viene considerato un perdente. E a causa di questa pressione, molti finiscono per suicidarsi o cadono in depressione. Penso che sia questa pressione a essere problematica. Il problema, il tema da discutere, è questa pressione sociale e come trovare delle alternative per affrancarsi da quel tipo di condizionamento. È a questo tipo di ragionamenti che voglio oppormi, per affermare che non è affatto così. È su questo che mi concentro.
F: Hai fatto esperienza tu stesso del sistema educativo basato sulla competizione, oggi in voga in Giappone, oppure per la tua generazione la scuola si basava su principi diversi?
Ka: Certo che ne ho fatto esperienza. Il sistema educativo basato su punteggi e test standardizzati era dato per scontato, fin dall’infanzia. Io non mi sono mai impegnato più di tanto, ma comunque, se prendevi buoni voti ed entravi in una buona università, potevi sperare di entrare in una buona azienda: era semplicemente la cosa giusta da fare. Quel sistema educativo basato su test e punteggi esiste ancora, ma è del tutto senza senso, non trovi? Ma poiché era così normale, e lo è ancora, ho vissuto all’interno di quel sistema senza metterlo troppo in discussione. Tutti intorno a me facevano lo stesso. E così, sono naturalmente entrato nel sistema capitalista. Dopo gli studi, ho provato a trovare un lavoro, ma dopo aver completato il percorso mi sono accorto di quanto fosse sbagliato. Ho pensato: “È dannatamente noioso”. Mi sono reso conto che se avessi passato tutta la mia vita a fare questo, avrei rovinato la mia vita, e quindi ho cambiato strada. Ho lasciato il lavoro e ho deciso di vivere una vita diversa. In quel periodo ho incontrato altri irregolari come me, persone di sinistra e anarchici. Beh, è stata una fortuna, suppongo, perché le loro idee erano in linea con ciò che pensavo.
F: Cosa significa entrare a far parte di Dame ren? Chi ne fa parte?
Ka: All’inizio non era un vero e proprio gruppo, era più una sorta di rete. Non c’era un sistema di affiliazione strutturato e partecipare non significava dover fare qualcosa di particolare. Si trattava di scambiarsi delle idee e di condividere le proprie esperienze. L’isolamento e la solitudine sono un problema enorme nella società giapponese contemporanea, molti cadono in depressione, sviluppano disturbi psicosomatici, o semplicemente hanno un esaurimento nervoso. Sono questi gli esiti, credo, di una mentalità come la nostra basata sulla performance e sulla competizione. Costruire luoghi o situazioni in cui è possibile dare vita a un diverso tipo di comunicazione, a diversi modi di vivere, a una diversa cultura, oppure organizzare eventi che offrano una via di fuga, penso che possa fare la differenza e cambiare davvero le cose. Devono essere luoghi accoglienti, mentalmente non faticosi, nei quali possa nascere la speranza e in cui si possa iniziare a creare un modo di vivere diverso, nuovo e migliore. In poche parole, Dame ren è sostanzialmente un “luogo d’incontro” diffuso, dove le persone possono parlare liberamente, dove si fanno nuove conoscenze e si incontrano persone con interessi e valori affini. E non importa chi abbia organizzato l’iniziativa, o se qualcuno “entra” o “esce” dal gruppo. L’evento in sé è solo un punto di partenza, in un secondo momento chi se la sente può passare ad altri gruppi alternativi o altro ancora. è una sensazione di libertà, capisci? Ecco cosa sono i Dame ren.
F: Kyūkyoku, tu sei stato uno dei primi membri del personale di Waseda Akane [tutt’oggi esistente N.d.T.][6], uno dei locali di Tokyo più legati al movimento dei Dame ren. Puoi spiegarci come hai iniziato a lavorare in questo “spazio di condivisione” (kōryū spēsu), come lo chiamava Pepe?
Ky: Prima vivevo a Waseda, ma questa è un’altra storia. All’inizio degli anni Novanta, quando fu fondato il gruppo dei Dame ren, gli spazi disponibili erano molti. Ad esempio, Pepe-san viveva condividendo un appartamento con amici a Koenji, che fungeva da “luogo di ritrovo” per i membri del Dame ren [in Italia condividere un appartamento è normale, tra studenti e non. In Giappone era (e ancora oggi è) una cosa molto rara N.d.T.]. A Kichijoji c’era anche un’altra “zona franca” chiamata Hazelnuts Space, uno spazio originariamente animato da attivisti impegnati nella sensibilizzazione sulle problematiche legate all’AIDS o forse da persone legate al mondo dell’arte, non ricordo bene. Poi sono arrivati i Dame ren, che all’epoca erano tantissimi, e hanno “preso in ostaggio” il locale. In quel periodo, ho cominciato a pensare che ci fosse bisogno di un posto nuovo e siccome nel frattempo mi ero interessato al movimento squatter e a quello delle occupazioni in Europa e in Germania ho subito pensato che sarebbe stato fantastico replicare qualcosa di simile in Giappone. Così, a un certo punto mi sono trovato con alcuni amici a Nakano per discutere su che tipo di spazio creare. C’erano circa una ventina di persone a quell’incontro. Avevamo individuato un bar di Ōkubo aperto dall’architetto Keisuke Oka, noto come il “Gaudí del quartiere di Minato” e per aver creato l’Arimaston Building. Oka aveva installato delle lavagne sulle pareti interne del locale, dove era possibile scarabocchiare. Inizialmente è stato quello il luogo principale delle nostre attività. Successivamente, ho saputo da un conoscente che c’era un locale di fronte all’Università di Waseda il cui proprietario cercava un nuovo affittuario. Così mi ci sono buttato. Il Waseda Akane fu da subito uno spazio autogestito, in cui i clienti facevano anche da personale volontario. Kano-san, animatrice della famiglia allargata “Sinking Families”[7], preparava il curry durante il giorno. Inizialmente, l’idea era allestire un infoshop con le pareti tappezzate di volantini, un luogo di ritrovo per gli attivisti. Gradualmente, però, hanno iniziato ad arrivare anche persone che attraversavano periodi di sofferenza psicologica e a un certo punto è arrivato anche il gruppo Dame ren.
F: All’epoca eravate già interessati all’anarchismo. Come ci siete arrivati? Leggendo libri o attraverso incontri particolari?
Ka: Beh, sì leggevo parecchio all’epoca, anche se non capivo tutto. Allora, prima di fondare i Dame ren, mi sembrava che le idee di sinistra fossero davvero sensate. Erano in accordo con quello che pensavo. Ma, sai, il comunismo ha avuto la sua dose di fallimenti, no? E quindi, ho cominciato a pensare: “Beh, forse l’anarchismo può essere un’alternativa?”. A essere sinceri, mi chiedo ancora cosa mi ha portato a pensarlo. In effetti, quando ho fondato il gruppo Dame ren, gli studenti del collettivo di Waseda erano più interessati al socialismo, al comunismo o al marxismo che all’anarchismo. Cioè, in parole povere erano quelli che leggevano Marx, capisci cosa intendo? Ecco, per quanto mi riguardava, in termini di attitudine volevo qualcosa di un po’ più…creativo. E più incentrato sul vivere la quotidianità in modo differente. E anche in termini di atmosfera ne cercavo una veramente e propriamente libera. Pensavo che la libertà fosse un aspetto fondamentale.
A quel tempo, credo che tra tutti i giovani della città di Tokyo ci fossero solo una decina di anarchici. Oggi in Giappone l’anarchismo va di moda, ci sono gruppi di studio anarchici in molte università del Paese, ma allora non era così. In ogni caso, con quei pochi anarchici ho subito legato, andavamo d’accordo. C’era affinità, un feeling.
F: Quindi per te l’avvicinamento all’anarchismo non è stato un processo mentale, intellettualistico, ma più un interesse legato a pratiche di vita quotidiana.
Ka: Come dicevo, in realtà ho letto molto e con grande giovamento. Ciononostante, ero più interessato agli anarchici in carne ed ossa, all’aura di libertà che sprigionavano. Anche un movimento per cause di tutto rispetto, se non è condotto secondo principi libertari, può essere una fregatura.
F: E tu Kyūkyoku, come ti sei avvicinato all’anarchismo?
Ky: Personalmente all’inizio non ero particolarmente interessato, e non leggevo molto sull’argomento. Piuttosto, ero interessato al movimento dell’Autonomia e a quello degli squatter. La persona che negli anni Ottanta trattava maggiormente di questi temi era Tetsuo Konagawa[8], che gestiva una radio libera a Shimokitazawa, Radio Home Run. Ero interessato alla filosofia di Konagawa, al suo forte legame con l’arte, alla teoria della società dello spettacolo, al situazionismo ecc. Fino ad allora, i movimenti giapponesi non mi erano apparsi liberi, tutti sembravano terribilmente seri e rigidi, pensavo che non avessero molto potenziale. C’erano così tanti problemi, ad esempio quelli legati all’energia nucleare, ma la sinistra non se ne interessava. E così l’anarchismo è diventato piuttosto intrigante.
Ka: Mi è venuto in mente mentre parlavi: in realtà, credo che ci sia stata una discreta influenza anche da parte del movimento punk. Anche da un punto di vista generazionale. Quando abbiamo iniziato a dare vita a questi movimenti di strada, c’era un gruppo per l’abolizione del sistema imperiale, l’Aki no arashi (tempesta d’autunno)[9]. Erano antimonarchici, ed erano anche fortemente libertari. Forse non sostenevano esplicitamente l’anarchismo, ma c’era un’atmosfera anarchica molto forte, molto libera. E molti di loro erano anche musicisti punk o rock. Quindi in quella generazione, noi compresi, c’è sicuramente stata l’influenza del punk.
F: Avete avuto occasioni di confronto con anarchici giapponesi di generazioni precedenti? Come Miura Augustin, o Toda Misato?
Ky: Personalmente non li conosco. Ci fu una conferenza organizzata dagli anarchici alla quale parteciparono differenti generazioni, fra i presenti la figura di spicco era Kenji Yamaguchi. Yamaguchi si recò in Cina durante la seconda guerra mondiale, nel dopoguerra si unì al Partito comunista giapponese e in seguito fondò vari gruppi nella sinistra extraparlamentare. Fu anche coinvolto nei movimenti studenteschi degli anni Sessanta e fu la mente dietro l’incidente dell’Auditorium Yasuda, all’Università di Tokyo. Anche negli ultimi anni di vita continuò a essere attivo politicamente. Alla fine degli anni Ottanta andò in Polonia e vi rimase per due anni, senza parlare nemmeno l’inglese figurati! Quando tornò in Giappone, le persone che lo frequentavano gli affittarono un appartamento in cui vivere. Yamaguchi, tra gli anarchici, era il più famoso.
Vari anarchici furono poi coinvolti nelle lotte per i rifugi dei senzatetto che lavoravano alla giornata, in luoghi come Sanya (Tokyo) e Kamagasaki (Osaka). C’è anche un film documentario intitolato Sanya: If They Hit You, Hit Them Back (Sanya: yararetara, yarikaese)[10] in cui compaiono anche gli anarchici. Era un gruppo che lottava contro il caporalato in difesa dei meno privilegiati e, insieme ai giovani di cui facevo parte anche io, gestiva la rivista “Actual Action”.
Ka: Abbiamo anche collaborato con il famoso anarchico Mukai Takashi. Aveva uno stile di vita molto simile a quello dei Dame ren. Era speciale, veramente unico.
F: I Dame ren sono nati trent’anni fa e nel frattempo il Giappone è cambiato in molti aspetti. Anche nel libro che stai per ripubblicare Kaminaga ci sono molte parti che vuoi riscrivere. A questo proposito, pensi che l’approccio Dame ren sia necessario ancora oggi, e in caso affermativo, perché? Il modello tradizionale giapponese di gestione aziendale sta gradualmente cambiando e le strutture aziendali americane stanno diventando il nuovo standard. In linea di principio è così. Ad esempio, l’opinione che gli straordinari non dovrebbero esistere sta diventando maggioritaria. Allora perché, esattamente, l’approccio Dame ren è ancora necessario?
Ka: Credo che oggi il Giappone sia un posto ancora meno ospitale di un tempo. La concorrenza e la lotta per la sopravvivenza stanno diventando ancora più agguerrite e il mito della meritocrazia è più forte che mai.
Un tempo in Giappone c’era una sorta di sistema di impiego a vita e cose del genere. Avere un impiego in una azienda dava la sensazione di essere in qualche modo protetti, ma ora tutto ciò sta scomparendo e la società è diventata sempre più fredda. Chi non riesce ad adattarsi alla società capitalista, chi rimane indietro, viene semplicemente abbandonato. Questo tipo di atteggiamento è diventato molto evidente, a livello istituzionale, emotivo e anche nell’atmosfera generale. Ne troviamo testimonianza anche nella cronaca nera, Pepe ha coniato l’espressione “crimini di disperazione”. Prendiamo ad esempio l’incidente della Kyoto Animation[11], in cui un uomo che stava attraversando una crisi profonda ha appiccato un incendio in una casa di produzione di film di animazione, uccidendo diverse persone. È come se le cose finissero in modo strano, brutto. Come dire… È come se esplodessero! E non è un caso isolatoci sono molti episodi analoghi. Un altro esempio è il bullismo nei confronti dei più vulnerabili. È questo che intendo quando dico che è diventata una società più difficile da vivere. Quando è nato il gruppo Dame ren, non c’erano ancora molte persone con problemi di salute mentale, il tema non era nemmeno un argomento di conversazione. Tra i frequentatori di Akane c'erano molti ragazzi con problemi di salute mentale e si può dire che Akane sia stato il primo punto di ritrovo pubblico e autogestito per persone di questo tipo. Akane è poi diventato un "caso mediatico" e grazie a questa visibilità la salute mentale è diventata un tema di discussione pubblica. Oggi nella nostra società ci sono davvero molte persone che provano sofferenze di questo tipo. Ecco perché l’approccio Dame ren è ancora più necessario. La difficoltà nell’affrontare la vita, il fatto che la vita stessa sia dolorosa, è una tendenza crescente da troppo tempo. E oggi ci sono molte più persone che vivono questa condizione. Il capitalismo sta diventando sempre più competitivo, per molti si tratta solo di sopravvivere in questo contesto e senza una speranza in vista prevale la disperazione. In quanto a cosa fare all’interno di questa società capitalista, beh… si tratta di uscire da questo vicolo cieco e sperimentare un modo di vivere diverso, una cultura diversa. Un grande cambiamento. Anche il cambiamento climatico e la questione ambientale in generale sono diventati un problema enorme, e davvero non credo che la strada della crescita economica sia ancora praticabile. Fondamentalmente, si tratta di dimostrare che le persone del Sud del mondo non hanno bisogno di diventare ricche per vivere felici, anzi, possono vivere una vita più felice senza diventare ricche. Credo che questa sia una verità universale. Mettere in pratica e presentare questo tipo di società al mondo è incredibilmente importante in questo momento. Per me, è l’unico modo.
F: È più facile oggi o trent’anni fa organizzare un movimento politico? Mi riferisco ad esempio i rapporti con la polizia.
Ka: In pratica non c’è molta differenza. Attualmente, il primo ministro è Shigeru Ishiba, ma cosa succederebbe se lo diventasse qualcuno come Sanae Takaichi [questa intervista è stata raccolta durante l’estate 2025, il 7 settembre 2025 Ishiba si è dimesso e in effetti a vincere le elezioni successive nell’ottobre 2025 è stata proprio Takaichi N.d.T.]? O qualcuno del partito di estrema destra Sanseitō. Potremmo anche ritrovarci con un governo di estrema destra. C’è poi la possibilità che la Costituzione venga modificata. Perché, in realtà, ci sono ancora persone che sostengono ideologie prebelliche oppure che non essendo critiche di fatto le assecondano… è il caso di chi ha opinioni discriminatorie nei confronti degli stranieri, ad esempio. Una situazione pericolosa, non credi? In questo senso, è importante mantenere vivo l’attivismo, la Costituzione non deve assolutamente essere emendata, significherebbe la fine della sovranità popolare. La democrazia cesserebbe di esistere. Ci troviamo in una situazione pericolosa, la tensione è alta, tutti sono disperati e non c’è speranza. Offrirne diventa dunque fondamentale, ed è quello che stiamo facendo. Ma, ecco… Siamo parte di una storia che continua da decenni, forse da un secolo. Abbandonare il capitalismo richiede un certo coraggio, immagino, ma in realtà è la cosa più naturale e sensata da fare, non abbiamo quindi altra scelta che intraprendere questa strada. Eppure tutti all’interno di questa società capitalista competono per vincere, pensando sempre di più solo alla propria sopravvivenza. Il bisogno di dimostrare che esiste un modo migliore, che scegliere un’altra strada può essere più piacevole, più appagante, sta diventando sempre più pressante.
F: Che cos’è per te l’anarchia?
Ka: È libertà, e un senso di condivisione. Il bisogno di condividere il più possibile “tutti insieme”. E anche un senso di pienezza della vita. All’interno del sistema capitalistico diventi inevitabilmente schiavo del denaro e, in un modo o nell’altro, diventa difficile pensare con la propria testa, sentire con il proprio cuore e poi dire onestamente ciò che si pensa e si prova veramente. Quando cominciano a lavorare come funzionari pubblici, o comunque trovano un lavoro, molti inevitabilmente ne vengono risucchiati e finiscono per pensare solo al proprio sostentamento. Quel genere di cose, quella sensazione di libertà, il tuo cuore, i tuoi pensieri, inevitabilmente ti vengono portati via. è questo il punto: non lasciare che tutto questo ti venga portato via. Non diventare schiavo del denaro, non smettere di pensare con la tua testa e di ascoltare il tuo cuore: questo è il nucleo dell’anarchismo, dal mio punto di vista. Sì, in questo c’è una sorta di gioia, immagino.
F: Lo stile di vita Dame ren è già di per sé anarchia realizzata, o l’anarchia è un obiettivo ancora da raggiungere?
Ka: È un processo in corso, che rimarrà sempre incompleto. Prendiamo ad esempio le pratiche DIY. Nel capitalismo, tutto ruota attorno all’acquisto tramite il denaro, giusto? Il risultato è il consumo di beni e servizi: lo faccio spesso anche io, ed è comodo. Ma è diventato totalizzante… Invece, anche solo occasionalmente, fare da sé le cose, coltivare ortaggi, preparare il miso e magari anche costruire qualche mobile ti permette di recuperare una sorta di gioia di vivere, o la forza per andare avanti. È un inizio di cambiamento. Certamente non si può autoprodurre tutto da soli, ma allo stesso modo, questo non significa che non si possa fare nulla.

Dame ren durante un banchetto pacifista improvvisato davanti alla stazione di Kōenji
F: La libertà si recupera anche in pratiche quotidiane cambiando il proprio stile di vita qui e ora.
Ka: Esattamente. L’approccio Dame ren è soprattutto interazione autentica e liberata, che in quanto tale da gioia. Comunicare in questo modo normalmente è probabilmente una delle gioie più grandi, è libertà. Ho sempre considerato il poter parlare liberamente di qualsiasi argomento un’incredibile fonte di gioia, se fosse possibile avere questo tipo di comunicazione con molte persone penso che gradualmente le cose migliorerebbero.
F: Kyukyoku san, a fronte della tua esperienza trentennale di caregiver, com’è cambiata la situazione per i disabili e per i caregiver in Giappone?
Ky: In passato, il movimento per il diritto all’autodeterminazione dei disabili ha avuto un grande impatto nella società giapponese e ha spinto i caregiver ad ascoltare sinceramente ciò che le persone disabili avevano da dire. Fu allora che venne coniato il termine kaigo, l’equivalente giapponese per “assistenza ai disabili”. Nel 2003, quando è stato introdotto il sistema pubblico di assistenza per i disabili, molte cose sono cambiate. Le persone disabili che fino a quel momento erano state la forza trainante del movimento hanno finito per considerare l’assistenza come un servizio, e il rapporto tra disabili e caregiver si è ridotto al rapporto tra utente e fornitore del servizio. Di conseguenza, il dibattito sull’assistenza si è indebolito, sia come movimento sia nella società più in generale.
Nel 2015-2016, si è verificata una serie di omicidi in una struttura che ospitava persone con disabilità – il massacro di Yamayuri-en[12] – in cui diciannove persone furono tragicamente uccise. È stato un episodio gravissimo che ha avuto ripercussioni significative nella società giapponese. L’autore del reato (Satoshi Uematsu) ha affermato di essere un viaggiatore del tempo e di provenire da una società futura che avrebbe approvato le sue azioni. Ecco, quando si sentono slogan come “Japanese First” del partito Sanseitō, sembra che in effetti ci stiamo muovendo proprio verso una società che approverebbe questo tipo di atti. Perché? Il declino della classe media sta avvenendo in tutto il mondo e il Giappone non fa eccezione. In definitiva, la società giapponese è impoverita, una famiglia su sei non può permettersi tre pasti al giorno. Inoltre, il Giappone deve affrontare un invecchiamento della popolazione particolarmente accentuato. L’unica risposta sensata a questo fenomeno è accettare lavoratori stranieri, ma molti si sentono penalizzati dall’afflusso percepito come eccessivo di stranieri. Piuttosto che migliorare la società nel suo complesso per tutti, si sta scegliendo l’opzione “si salvi chi può”. E questo sta accadendo in tutto il mondo. L’amministrazione Trump, il governo di estrema destra italiano: è una tendenza globale. Nel settore dell’assistenza, l’eugenetica è qualcosa con cui gli attivisti si confrontano sin dagli anni Settanta e oggi è tornata di moda.
Il fatto che i caregiver ricevano uno stipendio, una delle conquiste ottenute nel 2003, è sicuramente lodevole, ma d’altro canto la mercificazione del rapporto di assistenza ha di fatto ucciso il movimento, sebbene sia ancora nominalmente presente, e oggi le questioni relative all’assistenza dei disabili sono perlopiù argomenti di discussione per accademici. È diventato un argomento molto popolare per la ricerca sociologica. Sono nati nuovi campi di ricerca come i “Disability Studies”, la cui influenza sul lavoro quotidiano è però praticamente nulla. Dopo il massacro di Yamayuri-en, alcuni colleghi hanno persino espresso simpatia per ciò che ha fatto Uematsu, ecco quanto è diventata grave la situazione. Si parla di lavoro emotivo, ma l’assistenza è diventata un lavoro in cui le emozioni stesse sono diventate fonte di stress.
Recentemente ho partecipato insieme a Kaminaga san a una manifestazione di caregiver contro i tagli agli stipendi per l’assistenza degli anziani. Le attività di assistenza stanno diventando insostenibili. Qualcosa deve essere fatto.
F: Kaminaga san, puoi raccontarci qualche iniziativa di cui ti stai occupando ultimamente?
Ka: Certo. C’è un parco davvero incantevole, a Koganei, vicino all’appartamento in cui vivo, è vastissimo e quasi privo di strutture artificiali, un grande spazio naturale aperto attraversato da un piccolo ruscello chiamato Nogawa. Circa dieci anni fa, dando il via a un progetto concepito trent’anni prima, il governo metropolitano di Tokyo ha iniziato a costruire una grande strada che lo avrebbe attraversato, o meglio ci ha provato. Per un po’ tutti si sono opposti, e in particolare una delle persone che guidava l’opposizione, il sindaco del comune di Musashi-Koganei, ha promesso che avrebbe insistito con il governo metropolitano di Tokyo affinché fermasse l’opera. E invece alla fine è andato a sostenerla. Il suo tradimento ha causato un’enorme indignazione, ora tutti sono arrabbiati e stanno reagendo. Con “tutti” intendo fondamentalmente tutti gli abitanti che vivono a Musashi Koganei, a prescindere dal ceto sociale o dall’orientamento politico… Ho un amico anarchico nel vicinato che partecipa con me alla protesta[13].
È un luogo di Tokyo dove la natura insolitamente molto presente. Io l’ho scoperto solo di recente, ma a quanto pare anche la generazione precedente ha lottato duramente per creare e proteggere quel luogo. Il governo metropolitano di Tokyo, in quanto organo di governo, dovrebbe cercare di tutelarlo, giusto? In teoria, almeno. Di fatto, stanno semplicemente lasciando che i progetti di edilizia residenziale vadano avanti. È davvero terribile.
Il governo metropolitano di Tokyo sta portando avanti progetti analoghi in altre zone. E, a quanto pare, se il progetto sarà realizzato, verrà costruito anche un grande centro commerciale. Pare che dietro questo piano ci sia un colosso dell’immobiliare, la Mitsui Fudōsan. Alla fine come sempre è tutta una questione di interessi personali e denaro. Continuano a concentrarsi sulla crescita economica, a costruire strade, ad aprire negozi, a fare soldi, a creare profitto per le grandi aziende e arricchire i loro vertici, sembra che non facciano altro. Quantomeno è quello che continua a fare l’amministrazione di Tokyo. Dall’altra parte, la natura viene distrutta, anche le aree naturali incontaminate. Al giorno d’oggi pensiamo al riscaldamento globale e a tante altre cose importanti, ma al di là di questo anche solo per le persone che stanno attraversando un periodo difficile dal punto di vista psicologico i parchi sono un rifugio, offrono conforto. Inoltre, ci sono tantissimi animali che vivono lì, insetti rari e qualche volta anche i tanuki [i procioni giapponesi N.d.T.].
F: Come portate avanti questa lotta?
Ka: Dipende. La settimana scorsa il sindaco ha finalmente tenuto una riunione informativa. Di riunioni del genere ne hanno fatte già cinque: sono occasioni in cui il sindaco e i funzionari comunali sono costretti ad affrontare di petto la questione. È stato un confronto diretto e ora stanno raccogliendo i commenti del pubblico e le opinioni al riguardo. Dieci anni fa è accaduto lo stesso, tutti hanno scritto opinioni costruttive, comprese forti obiezioni, ma sono state ignorate. Quindi, immagino che anche questa volta si tratti solo un gesto simbolico. è comunque importante raccogliere le opinioni contrarie dei cittadini per esprimere la nostra opposizione, dobbiamo di nuovo produrre la migliore documentazione possibile, altrimenti non possiamo andare avanti.
Stiamo anche pensando a come muoverci in futuro. Hai presente lo Studio Ghibli, la casa di produzione di cartoni animati fondata da Miyazaki Hayao? La loro sede è in realtà piuttosto vicino a Koganei e una volta il defunto regista Isao Takahata, anche lui tra i fondatori dello Studio Ghibli, intervistato da una rivista ha menzionato il nostro parco Nogawa e il vicino parco Musashino, uno spazio aperto simile. Takahata raccontò che quando era in crisi creativa, o si sentiva soffocato dal lavoro, andava al parco di Nogawa in bicicletta, faceva una passeggiata e aspettava che arrivasse l’ispirazione. Durante la realizzazione del film Pom Poko (Heisei tanuki gassen Ponpoko) è successo esattamente questo e non a caso il protagonista è un tanuki.
Una compagna del nostro gruppo, Ika-san, ha proposto di proiettare questo film in un evento per bambini, con l'obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni sulle questioni ambientali del nostro territorio. Vogliamo che i bambini sappiano, è una responsabilità verso le generazioni future. Così Ikasan, che lavora in un doposcuola proprio vicino al parco, a volte ne parla con loro. Alcuni affermano che il progetto della strada non gli piace, ma la maggior parte dei bambini, così come la maggior parte dei cittadini, non sa davvero nulla del progetto. è per questo che bisogna informare.
F: Kyukyoku san, l’anno scorso è uscita una raccolta di tue poesie intitolata Sampo izonbyō (Dipendenza dal passeggio)[14]. In quarta di copertina, accanto al tuo nome si legge “poeta e anarchico”. Nelle tue poesie ci sono aspetti anarchici? Ricerchi un modo anarchico di comporre? C’è un poeta anarchico giapponese contemporaneo di riferimento, con cui condividi le tue composizioni?
Ky: Non ho molti riferimenti con cui condividere. In Giappone, i poeti anarchici sono stati particolarmente influenti tra le due guerre mondiali, Mitsuharu Kaneko, ad esempio, è particolarmente famoso. Per me, l’atto di “camminare” ha un sapore particolarmente anarchico. Il poeta Kenji Miyazawa camminava moltissimo ogni giorno. Durante la composizione di quelle poesie, continuavo a chiedermi: che cosa significa esattamente camminare? L’atto di camminare suscita ispirazione, porta un senso di liberazione e penso che possa in qualche modo cambiare questa società. E poi c’è questa libertà di pensiero. Quello che ora capisco dell’anarchismo è che per certi aspetti è paragonabile al buddismo o allo stoicismo. Mi sembra vicino alle filosofie antiche. Tamagawa Shinmei, un anarchico della generazione precedente, ha scritto un libro intitolato I sogni son libertari (Yume ha ribatarian)[15] e un capitolo tratta proprio dello stoicismo. Non avevo mai compreso veramente lo stoicismo prima, ma dopo aver letto Shinmei ha catturato il mio interesse. Postula che questo mondo sia caos, che viviamo in mezzo a questo caos e a questa confusione, e si chiede come possiamo trovare stabilità in questo tumulto. Questo modo di pensare è effettivamente vicino al buddismo ed è un concetto simile al camminare nella società, al vivere, al costruire una vita stabile dentro il caos del mondo, un concetto simile a quello di “caosmosi” di Félix Guattari.
F: Kaminaga san, ho un’ultima domanda. All’inizio ci hai raccontato che stai curando una nuova edizione di un tuo libro uscito venticinque anni fa, riscrivendone alcune parti. Esattamente, cosa verrà riscritto?
Ka: Vorrei aggiungere alcune cose che abbiamo fatto e le esperienze che abbiamo vissuto in questi venticinque anni. Ad esempio, la questione del disagio sociale e dell’attenzione alla malattia mentale stava appena iniziando a emergere quando abbiamo formato i Dame ren. Inoltre, anche all’interno del Dame ren abbiamo avuto esperienze differenti e il mondo non è più lo stesso. Prima la mia attenzione era concentrata su come vivere lavorando il meno possibile senza spendere soldi. Era già allora un aspetto importante, ma ora, anche se continuo a non voler lavorare molto, il fatto che intitolerò il libro Rivoluzione senza lavorare (Atarakanaide revolūshon) significa che sento ancora più di prima la necessità di un cambiamento radicale della società nel suo complesso.
Traduzione dal giapponese di Filippo Dornetti
[2] Kōichi Kaminaga, Pepe Hasegawa, Dame ren no shihonshugi yori tanoshiku ikiru, Gendai shokan, Tokyo, 2024.
[3] Kōichi Kaminaga, Pepe Hasegawa, Dame ren no “atarakanaide ikiru ni ha?!”, Chikuma shobo, Tokyo, 2000.
[4] Per maggiori informazioni sul gruppo Aoi shiba no kai https://www.arsvi.com/o/a01-e.htm
[5] Vedi il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=YQBkIVhsbWc
[6] Il canale Youtube di Waseda Akane https://www.youtube.com/@waseda.aknae2/featured
[7] Sinking Families era un progetto di coabitazione tra amici che comprendeva una madre single insieme a suo figlio e che sperimentava la convivenza e l’accudimento comunitario come famiglia allargata. Da adulto il bambino è diventato un documentarista e ha realizzato un film sulla sua storia: https://www.dailymotion.com/video/x8i1ma5
[8] Per saperne di più sul lavoro di Tetsuo Kogawa: https://anarchy.translocal.jp/
[10] Il documentario è disponibile con sottotitoli in inglese qui https://rarefilmm.com/2021/07/yama-attack-to-attack-1985/ ; per maggiori informazioni: https://en.wikipedia.org/wiki/Yama%E2%80%94Attack_to_Attack
[13] L'associazione che si occupa della difesa dell'area naturalistica di Musashi Koganei si chiama Hake no shizen to bunka wo mamoru kai. Qui il blog dell'associazione https://hake-bun.blogspot.com/
[14] Kyūkyoku Kyūtarō, Sampo izonbyō, Genzai shokan, Tokyo, 2024.
[15] Tamagawa Shinmei, Yume ha ribātarian, Tokyo, Shakai hyōronsha, 1991.



