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Pinelli una storia Venezia 1984 Crocenera anarchica

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Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta - Albert Camus

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Una tempesta libertaria che è arrivata per restare di Tomás Ibáñez

 

Una tempesta libertaria che è arrivata per restare

di Tomás Ibáñez

 

Accendendo la miccia
 
È venerdì. Più esattamente venerdì 3 maggio, ma stamattina arriverò tardi al lavoro. Prima di recarmi al Laboratorio di Psicologia Sociale in cui sono stato assunto poco dopo essermi laureato, mi sono trattenuto a lungo nel cortile della Sorbona. Hanno già iniziato ad affluirvi gli studenti convocati per protestare contro la chiusura, avvenuta ieri, dell’Università di Nanterre. Alcuni vengono con manganelli e caschi in previsione dell’attacco imminente dei commando fascisti. Molti dei miei compagni e delle mie compagne della Liaison des Étudiants Anarchistes e del Mouvement du 22 Mars si trovano tra i 400 studenti che si andranno radunando nel corso della giornata. Il fatto che quasi tutti i leader dei vari gruppi politici studenteschi di estrema sinistra si siano presentati a questo appuntamento influenzerà gli avvenimenti successivi, come si vedrà più avanti.
Mi ribolle il sangue al pensiero di non poter stare con i miei compagni ma, visto che il Laboratorio si trova a soli trenta metri dall’ingresso del cortile della Sorbona, il mio andirivieni per vedere come vanno le cose sarà costante fino al momento in cui la polizia bloccherà l’accesso. Alternando canzoni rivoluzionarie, discorsi e dibattiti, i miei compagni si preparano a portare avanti l’occupazione per tutto il tempo che sarà necessario. Passano le ore, i fascisti non compaiono, ma al loro posto arrivano centinaia di poliziotti in tenuta anti-sommossa, che dalle cinque di pomeriggio iniziano a prelevare gli studenti e a rinchiuderli nei loro furgoni cellulari. Portano via solo i maschi, però, visto che la trattativa precedente si è conclusa con l’accordo che tutte le studentesse avrebbero potuto abbandonare la Sorbona liberamente.
Grave errore della polizia! Le militanti che sono riuscite a tornare in strada si sono immediatamente unite agli studenti che si erano radunati all’esterno della Sorbona e hanno iniziato a inveire energicamente contro la polizia al grido di «liberiamo i nostri compagni». Strana giornata di lavoro: sono arrivato in ritardo e me ne sono andato prima per unirmi anch’io ai gruppi che iniziano a tirare oggetti di ogni tipo contro le macchine della polizia.
Corse, cariche, lacrimogeni, il parabrezza di un furgone va in mille pezzi ferendo il suo conducente. La gente divelle le griglie ai piedi degli alberi e le tira sulla carreggiata del Boulevard Saint-Michel per intralciare il passaggio dei cellulari della polizia. Nella piazza davanti alla Sorbona un dirigente studentesco trotzkista che era sfuggito alla retata si dà un gran daffare per placare gli animi chiedendoci di smettere di provocare (sic!) la polizia. Ne deduco che se i leader studenteschi non si fossero trovati separati dallo scenario della lotta questa sarebbe abortita molto velocemente. A ogni modo, dopo circa quattro ore gli intensi scontri si concludono con un buon numero di feriti lievi, 600 persone coinvolte, delle quali 27 vengono trattenute nei commissariati e 14 saranno processate e condannate prima che siano passate quarantotto ore.
Quello fu il giorno in cui la miccia del Maggio ‘68 iniziò a bruciare, accesa da persone che si erano ribellate spontaneamente alla repressione e non avevano esitato a passare dallo strepito della protesta ad azioni fisiche, non per chiedere o pretendere la liberazione dei detenuti, ma per cercare di liberarli. Fu così che iniziò il Maggio ‘68, per poi propagarsi velocemente in tutta la Francia, trascinando l’intero paese in un mese e mezzo di manifestazioni di massa, occupazioni di università e fabbriche e duri scontri con la polizia, con momenti epici come la famosa «notte delle barricate» di venerdì 10 maggio, quando prese fuoco il Quartiere Latino e Parigi poté contemplare, al suo risveglio, un dantesco scenario di lotta.
 
 
Un «avvenimento» in piena regola
 
Nulla faceva presagire che un conflitto inizialmente di natura studentesca si sarebbe propagato con tanta rapidità nel tessuto sociale, né che sarebbe riuscito a spingere all’azione la classe operaia, né che avrebbe finito per acquisire proporzioni tanto enormi, e ancora meno che sarebbe riuscito a incendiare un paese intero e a paralizzarlo per settimane. Nessuno immaginava che qualcosa di simile potesse accadere in un paese relativamente prospero, dove il tratto prevalente era una noiosa monotonia.
Se il Maggio ‘68 nacque come un fenomeno totalmente inaspettato fu precisamente perché si trattava di un vero e proprio «avvenimento», cioè di una «creazione», in questo caso di tipo storico. Non a caso il concetto di creazione rimanda a ciò che non pre-esiste alla propria formazione, che non è prefigurato da nessuna delle sue condizioni precedenti, e proprio per questo il Maggio francese provocò non soltanto uno stupore enorme nel mondo intero, ma lasciò attoniti i suoi stessi protagonisti.
Questa perplessità non riguardò soltanto i primi momenti: quel che stava accadendo continuò a sembrarci inimmaginabile e sconcertante alla fine di ogni giornata di lotta e all’inizio di ogni nuovo giorno di scontri, di cui ignoravamo la direzione che avrebbero preso e che sembravano non doversi fermare mai.
Se dovessimo definire il suo aspetto più essenziale, dovremmo infatti precisare che il Maggio ‘68 nacque come una selvaggia pretesa di libertà e che si trattò di una rivolta radicale contro l’autorità: quella che prendeva corpo nelle aule, così come quella che si imponeva nelle fabbriche o permeava la vita quotidiana. Il suo tratto distintivo fu una vera e propria esplosione anti-autoritaria, ed è per questo che si può dire che fu genuinamente libertario. I palpiti del Maggio francese disseminarono espressioni libertarie ovunque, strappandole al ristretto ghetto cui appartenevano per scagliarle improvvisamente sulle folle, perché la gente le facesse proprie e le reinventasse a suo piacimento.
Se è vero che il Maggio ‘68 ebbe inizio nelle università, furono però le occupazioni delle fabbriche a infondergli le energie che gli avrebbero permesso di sopravvivere alla prima notte di barricate. Nella Sorbona riaperta e occupata la notte prima, il rumore assordante che accolse, il pomeriggio di martedì 14 maggio, l’annuncio dell’occupazione della fabbrica Sud Aviation e del sequestro del suo direttore indicava chiaramente che sarebbe stato il movimento operaio a dare continuità e forza allo scoppio del 3 maggio.
Non c’è alcun dubbio che furono le occupazioni delle fabbriche, con milioni di lavoratori in sciopero, a potenziare – in intensità e durata – la risonanza che il Maggio ‘68 ebbe nella società contemporanea. Fu il mondo del lavoro a dargli la dimensione di un avvenimento storico, una dimensione che non avrebbe potuto raggiungere se fosse rimasto una semplice rivolta studentesca.
Anche se fu il mondo del lavoro a permettere al Maggio francese di raggiungere lo spessore di un vero e proprio avvenimento storico, tuttavia non fu il mondo del lavoro a imprimergli le caratteristiche che lo resero un evento politico di prim’ordine che cambiò in profondità gli schemi tradizionali, provocando effetti che perdurano tutt’oggi.
Ciò che rese possibile tutto questo e che costituisce l’originalità del Maggio francese fu la creatività messa in campo nell’azione sovversiva dagli innumerevoli attivisti che vi presero parte: studenti delle superiori, universitari, giovani lavoratori, uomini e donne che si ammassavano nelle assemblee, che organizzavano e portavano avanti le occupazioni, che animavano i comitati d’azione dei quartieri, nella maggior parte dei casi senza avere sviluppato, prima dello scoppio del Maggio francese, la minima esperienza politica. Il loro anti-conformismo radicale, il loro atteggiamento trasgressivo e creativo fecero sì che, lungi dall’esaurirsi in una semplice protesta, il Maggio ‘68 aprisse vie di innovazione e cambiamento in numerosi ambiti, da quello politico a quello educativo, da quello interpersonale alla stessa vita quotidiana.
 
 
Cosa ci ha insegnato il Maggio ‘68
 
Il Maggio francese introdusse nella società semi di cambiamento le cui conseguenze si fecero sentire in diversi ambiti, dall’educazione alla cultura, dalle identità sessuali alle relazioni familiari e agli stili di vita. Non a caso la destra non rinuncia ad attribuire agli effetti del Maggio ‘68 l’erosione dei valori riconducibili all’ordine e la mancanza di rispetto nei confronti dell’autorità. Ma accanto a questi effetti globali il Maggio francese ci ha insegnato anche cose che hanno cambiato il nostro modo di agire, di organizzarci e di pensare politicamente.
Oltre ad aprire nuove strade e a lasciare dietro di sé alcuni dei semi che avrebbero dato vita ai nuovi movimenti sociali della fine del Novecento e dell’inizio degli anni Duemila, il Maggio ‘68 fu straordinariamente importante per tutto ciò che decretò obsoleto, per le strade che chiuse, per le pratiche di lotta, i modelli organizzativi e le concezioni politiche che screditò. Tolse per esempio legittimità a strutture organizzative marcatamente avanguardiste che si auto-attribuivano il compito di condurre le masse verso la liberazione, perché ritenevano di essere le depositarie della linea corretta, del sapere politico giusto e delle conoscenze privilegiate per decidere quale strada seguire.
Lo slancio anti-autoritario del Maggio ‘68 mise a nudo le zavorre che si portava dietro il pensiero antagonista, gli aspetti autoritari dello stesso movimento rivoluzionario – a volte anche dello stesso anarchismo – facendo cadere vecchi schemi che furono dichiarati obsoleti. Di certo, il Maggio ‘68 mise fine al potere di seduzione che per cinquant’anni il modello leninista aveva esercitato sull’immaginario politico radicale, promuovendo le forme libertarie che quest’ultimo conteneva. Il loro successo fu tale che le formazioni marxiste si videro costrette a introdurre da allora in avanti toni libertari nei loro discorsi, e oggi offrono un insolito e paradossale spettacolo quando tentano di recuperare e fare proprio un avvenimento che invalidò precisamente alcuni dei loro principi.
Tra le tante altre cose, il Maggio ‘68 ci ha anche insegnato che le energie sociali necessarie perché nascano potenti movimenti popolari sorgono dalla creazione stessa di determinate situazioni, e non sono necessariamente pre-esistenti a esse. Queste energie, lungi dall’esistere allo stato latente, per poi liberarsi nel momento in cui si danno determinate condizioni, si formano nello stesso processo di creazione di situazioni specifiche, auto-alimentandosi, perdendo di intensità a tratti e tornando a crescere improvvisamente, come accade nelle tempeste. Si tratta quindi di energie che possono apparire in qualunque momento, anche se un istante prima non esistevano da nessuna parte.
Durante i fatti del Maggio ‘68 si è visto come queste energie sociali possano formarsi, per esempio, in momenti in cui l’ordine costituito si vede soverchiato, quando si riesce a sottrarre un determinato spazio ai dispositivi di dominio, svuotandolo del potere di cui era investito e creando letteralmente, come si è già detto, un vuoto di potere. Più in generale, se l’enorme energia sociale che originò i fatti del Maggio ‘68 non venne percepita prima che questi si scatenassero è perché tale energia prima non esisteva. Furono gli avvenimenti stessi del Maggio francese, le pratiche che vi si svilupparono, le formule che vi si idearono e che trovarono espressione nel suo svolgimento a dare corpo a un soggetto collettivo e variegato che non esisteva da nessuna parte prima che i fatti stessi lo costituissero progressivamente.
Di fatto, il movimento poté avanzare, fino a scontrarsi con i propri limiti, proprio perché tracciò il suo percorso nell’atto stesso di avanzare. Non c’era un progetto pre-esistente alla mobilitazione, che si costruiva, si correggeva e si configurava nella pratica messa in campo giorno per giorno. Fu questo fare facendo a dare vita al movimento, permettendogli di superare con la sua creatività, uno dopo l’altro, tutti gli ostacoli che si frapponevano sulla sua strada.
Ciò che il Maggio ‘68 dimostrò molto chiaramente è che il soggetto rivoluzionario non pre-esiste alla rivoluzione, ma prende forma nello stesso processo rivoluzionario. Nasce da questo processo, perché è la rivoluzione a crearlo nel corso del suo cammino.
Tornando a riflessioni meno generali, bisogna aggiungere che il Maggio ‘68 ha messo in evidenza come il fatto stesso di sovvertire i meccanismi consueti, di sconvolgere gli usi consolidati, di occupare gli spazi, di trasformare i luoghi di passaggio in luoghi di incontro e di parola, possa scatenare una creatività collettiva che inventa nell’immediato nuovi modi di intendere la sovversione e di farla proliferare. Poiché gli spazi liberati danno inoltre vita a nuove relazioni, creando nuovi legami sociali che si rivelano incomparabilmente più appaganti di quelli pre-esistenti, le persone in questi spazi sperimentano la sensazione di vivere una vita diversa, traggono piacere da ciò che fanno, scoprono nuovi stimoli e così intraprendono una profonda trasformazione personale che oltretutto si compie in un tempo brevissimo.
Il Maggio ‘68 è stato una lotta a tratti violenta, accanita, tesa, estenuante, esigente e piena di amarezze, come tutte le lotte. Ma è stato anche una festa, un’esperienza che dava piacere e un’enorme sensazione di felicità. Ci mostrava chiaramente che non si sarebbe dovuto attendere la fine della lotta per gustare le sue possibili conquiste, perché la ricompensa nasceva dall’azione stessa, era parte integrante di ciò che questa ci procurava giorno per giorno. In questo modo il Maggio francese ci dimostrava che sono le realizzazioni concrete, qui e ora, a motivare la gente, a incoraggiarla a spingersi più lontano, a farle vedere che altri modi di vivere sono possibili e pertanto desiderabili. Ma allo stesso tempo ci ricordava che, perché queste realizzazioni possano darsi, la gente ha assolutamente bisogno di sentirsi protagonista, di decidere da sola, e che quando è davvero protagonista e si sente tale il suo livello di partecipazione e di impegno può crescere all’infinito.
Il Maggio francese ha messo infine l’accento sul fatto che il dominio – come l’anarchismo non si è mai stancato di ripetere – non si limita all’ambito dei rapporti di produzione, ma viene esercitato su molti piani diversi, e che forme di resistenza vanno messe in atto su ognuno di questi piani. Si è andata così delineando una nuova soggettività politica dell’antagonismo che ha aperto nuovi scenari per il suo futuro sviluppo. Perché nel momento in cui l’orizzonte della politica antagonista si amplia fino ad abbracciare tutti gli ambiti in cui sono esercitati dominio e discriminazione, il suo campo d’intervento si estende a tutti gli aspetti della vita quotidiana, e ciò che ne deriva è un nuovo tipo di rapporto tra la vita e la politica, che immediatamente smettono di occupare spazi separati.
 
 
Il Mouvement du 22 Mars
 
Fin dall’inizio del Maggio ‘68 il cosiddetto «Movimento del 22 marzo» ne costituì l’epicentro, e si estinse poi volontariamente, per auto-dissoluzione, quando il Maggio francese abbondò le strade, le università e le fabbriche, dopo aver disseminato nella società effetti dalla portata vastissima.
Prima di ripercorrere alcune delle sue caratteristiche, però, occorre contestualizzare brevemente questo movimento, effimero e intenso come una fiammata, ma dall’importanza e originalità indiscutibili.
La lunga agitazione studentesca che scuoteva da mesi l’Università di Nanterre, situata nella periferia nord-ovest di Parigi, creò le condizioni perché il 22 marzo oltre un centinaio di studenti occupassero la Torre amministrativa dell’università esigendo la liberazione di uno dei loro compagni, Xavier Langlade, arrestato due giorni prima nel corso di un assalto del Comité Vietnam National, di area trotzkista, agli uffici dell’American Express. L’assemblea tenutasi durante l’occupazione sfociò in un appello firmato da 142 degli studenti presenti. Nasceva così il movimento poi denominato «del 22 marzo», che da quel momento guidò la protesta all’università, arrivando a chiamare a raccolta fino a 1.500 studenti, come avvenne nell’assemblea convocata il 2 aprile.
A dare impulso e animare il movimento erano fondamentalmente i militanti aderenti alla piattaforma di studenti anarchici denominata Liaison des Étudiants Anarchistes, la quale aveva una certa influenza nell’università e contava per esempio tra le sue fila Daniel Cohn-Bendit (che a breve sarebbe diventato l’icona più nota del Maggio ‘68), e i militanti della Ligue Communiste Révolutionnaire, di area trotzkista, oltre a numerosi studenti «non organizzati».
Fin dal primo momento il Mouvement du 22 Mars si costituì come organizzazione orizzontale a carattere assembleare, non centralista, non gerarchica, non settaria e trasversale dal punto di vista ideologico, con strutture fluide e senza istanze delegate. La differenziazione interna degli studenti non dipendeva dal luogo occupato in un presunto organigramma organizzativo, ma da compiti concreti, limitati nel tempo, assunti da gruppi di lavoro nominati in assemblea che nei fatti includevano solitamente tutti i volontari che si erano offerti per portarli a termine.
Non solo non esisteva niente di simile a un comitato centrale, a un segretario permanente o a cose del genere, ma non c’era nemmeno un’iscrizione formale, con le sue tessere, affiliazioni e quote. Facevano parte del Mouvement du 22 Mars coloro che, semplicemente, venivano alle assemblee e prendevano parte alle azioni che vi si organizzavano. I confini del movimento di fatto erano così permeabili che nella sua fase parigina, ovvero quella che andò dalla chiusura dell’Università di Nanterre il 2 maggio alla fine delle occupazioni nel mese di giugno, una buona parte dei suoi membri non erano studenti di Nanterre e in alcuni casi, come nel mio, non erano neanche più studenti.
Era un’organizzazione che non mitizzava sé stessa né intendeva elevarsi a feticcio, e neanche si poneva l’obiettivo di perdurare nel tempo al di là del periodo in cui avrebbe potuto avere un’utilità pratica. L’auto-dissoluzione del Mouvement du 22 Mars avvenne infatti pochi mesi dopo la sua creazione, in un’atmosfera dai toni molto più festosi che traumatici.
Tra le caratteristiche del movimento figuravano la rivendicazione e l’esercizio effettivo della democrazia diretta, così come una forte diffidenza nei confronti delle leadership e dell’esercizio del potere. Per neutralizzare il protagonismo mediatico che veniva concesso a Cohn-Bendit, per esempio, in alcune conferenze stampa convocate a suo nome questo fu rimpiazzato da altri membri del Mouvement du 22 Mars che dichiararono ai giornalisti: «Noi tutti siamo Cohn-Bendit».
Nell’agenda del movimento figurava l’azione diretta, messa in atto dalle persone interessate, senza mediazioni e al di fuori di canali istituzionali. Con il nome di «azioni esemplari», venivano realizzate azioni pensate perché altri potessero riprenderle altrove, adattandole alle proprie circostanze. E se queste azioni riuscivano a fermare o a intralciare il funzionamento corrente di qualche elemento del sistema, tanto meglio, perché allora si creavano nuove situazioni in grado generare nuove dinamiche.
Il Mouvement du 22 Mars non pretendeva mai di parlare in nome o in rappresentanza di altri, che fossero gli studenti in generale o la classe operaia: parlava sempre a nome proprio, e non accettava nemmeno che altri parlassero in suo nome. Non a caso una parte sostanziale del movimento portava avanti una critica risoluta dell’avanguardismo politico. Non solo, ma si praticava il meticciamento e l’ibridazione dei generi, il discorso politico conviveva con le esperienze conviviali, l’impegno più ligio poteva combinarsi perfettamente con il rifiuto a prendersi troppo sul serio, e l’anti-conformismo si coniugava alla perfezione con la sfida, la provocazione, l’insolenza, il riso, la parodia, la tendenza a mettere in ridicolo sia le istituzioni sia i valori più stantii.
Tre anni prima del 1968, gli Ácratas dell’Università Complutense di Madrid avevano iniziato una lotta che anticipava alcuni aspetti di quello che fu poi il Mouvement du 22 Mars; vale quindi la pena ricordare qui alcune idee che lasciano intravedere una certa aria di famiglia tra le due esperienze.
Gli Ácratas intendevano sfuggire a due aspetti fondamentali delle formazioni politiche dell’estrema sinistra: il primo era l’intenso lavoro di proselitismo finalizzato a ingrossare le fila del gruppo, dell’organizzazione o del partito, il cui rafforzamento finiva per diventare un obiettivo fondamentale che oltretutto promuoveva una sorta di patriottismo organizzativo. Il secondo era la priorità attribuita alla parte discorsiva dell’azione politica, basata sul presupposto che la cosa importante fosse di far arrivare alla gente idee e programmi tramite la diffusione di testi e discorsi curati fin nei minimi dettagli. Tali testi avevano il preciso obiettivo di diffondere i principi ideologici sostenuti dai loro autori affinché questi potessero essere adottati dal maggior numero possibile di persone. Patriottismo ideologico, se si vuole.
Entrambi i tipi di patriottismo privilegiavano l’attività propagandistica come forma di intervento politico, e questo era precisamente ciò che gli Ácratas rigettavano. Essi non volevano crescere come organizzazione, non volevano che il loro discorso «fosse sottoscritto», né avevano la pretesa di proclamare un’identità. Ovviamente difendevano anch’essi determinati principi ideologici e politici, ma per loro questi non dovevano rimanere sul piano delle parole: l’ideologia doveva incarnarsi in azioni concrete capaci di far proliferare altre azioni di natura analoga, ovvero azioni che veicolavano contenuti ideologici simili.
Il loro obiettivo era quello di realizzare azioni politiche il cui significato fosse inscritto nelle azioni stesse e non dipendesse dalla loro fonte o dalla loro paternità (sigle, bandiere ecc.) e neppure dal discorso teorico che le accompagnava. In altre parole, l’idea era che il loro significato non fosse legato a ciò che si affermava al loro riguardo, ma che le azioni parlassero da sole. Non era necessario firmarle, non si trattava di conferire prestigio a un’organizzazione, né di proclamare un’identità: si trattava di far sì che le azioni sortissero effetti che potevano andare dal mettere in difficoltà il potere all’evidenziare aspetti mascherati della dominio, dal risvegliare una presa di coscienza politica allo stimolare repliche spontanee che non derivassero da un effetto di mimesi, ma da un processo di appropriazione e ricreazione delle azioni da parte delle persone.
Reinventando idee simili a quelle degli Ácratas di Madrid, il Mouvement du 22 Mars metteva l’accento, come abbiamo visto, sul concetto di «azione esemplare», intendendo con questa espressione quelle azioni cariche di un significato politico che non era però necessario esplicitare, perché il potere di persuasione dell’azione esemplare non risiedeva nel discorso che la circondava, ma in ciò che risvegliava in chi vi assisteva o ne sentiva parlare. Queste azioni dovevano anche avere una carica pedagogica ed essere messe a disposizione di chiunque volesse replicarle, perché potessero diffondersi e generarsi come per contagio. In un certo senso, questo rievocava in modo abbastanza diretto (ma senza le sue forme cruente) la vecchia «propaganda del fatto» che gli anarchici avevano sviluppato alla fine del xix secolo come strumento in grado di risvegliare e smuovere le coscienze, di smascherare le forme di dominio e stimolare la volontà di lotta.
 
 
Il Maggio ‘68 non è ancora finito
 
L’abitudine di prestare attenzione o concedere importanza a una ricorrenza per il fatto che l’avvenimento storico cui rimanda compie 50 o 100 anni sfiora l’assurdo, perché ovviamente quell’avvenimento non era più importante o meno importante nel momento in cui compiva, per esempio, 48 o 96 anni. Nel caso del Maggio ‘68, tuttavia, persino questo debole pretesto è una buona occasione per ritirarlo fuori e fare qualche riflessione in proposito perché, a differenza di molti altri avvenimenti il cui interesse è solo di carattere storico, questo fa parte, oltre che della storia, anche del presente, e continua a pulsare all’interno della nostra società.
È noto infatti che l’impronta che ha lasciato sulle persone che si sono immerse nei suoi tumulti è stata di una tale portata che per molti di noi il Maggio ‘68 ha finito per far parte di ciò che siamo, di ciò che proviamo e di ciò che sogniamo. Come ha espresso magnificamente Emma Cohen, «il Maggio ‘68 non è mai finito del tutto», e ciò fa sì che ci accompagni ancora oggi.
Ora, al di là della sua inscrizione nella sfera individuale, è anche possibile ritenere che se il Maggio ‘68 non si è mai concluso del tutto è perché continua a esercitare tuttora la sua influenza sulla nostra società. Alcune delle chiavi di lettura che permettono di capire il presente si trovano infatti precisamente negli avvenimenti di quel maggio, o meglio in quello straordinario avvenimento che fu lo stesso Maggio ‘68. È questo il motivo per cui è ancora necessario addentrarci in ciò che fu il Maggio francese se vogliamo riuscire a decifrare alcuni aspetti del presente. D’altronde, il Maggio ‘68 è uno di quegli avvenimenti che segnano un prima e un dopo: la sua irruzione chiude un’epoca e ne apre un’altra, e visto che a quanto pare l’epoca che ha aperto non si è ancora conclusa, riflettere sul Maggio ‘68 non è tanto contemplare il passato quanto piuttosto pensare il presente.
Non vorrei chiudere senza menzionare il fatto che mi causa sempre un certo stupore sentir parlare del «fallimento» del Maggio ‘68. Non riesco a capire cosa significhi perché è del tutto inappropriato giudicare un avvenimento in termini di successo o di fallimento. Una valutazione di questo tipo può essere applicata esclusivamente a un progetto ideato per raggiungere un determinato risultato, a un’azione intrapresa con un obiettivo specifico. Per quanto il Maggio ‘68 risponda innegabilmente a un intreccio di cause diverse, tra queste non c’è mai stata la realizzazione di un progetto. Se si insiste a voler parlare di un avvenimento in termini di successo o di fallimento, allora il suo successo consiste nel semplice fatto di essere avvenuto, e il suo fallimento sarebbe consistito nel non accadere. Ma il Maggio ‘68 è avvenuto, e questo è, allo stesso tempo, il suo indiscutibile successo e il suo insondabile mistero. 
29/04/2026
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