Salta al contenuto principale
  • Home
  • Contattaci
  • Sostienici
  • 5 x mille

Form di ricerca

  • IT
  • FR
  • EN
  • ES
  • PT
  • DE
  • 文
  • EL
  • 日本語

Pinelli una storia Venezia 1984 Crocenera anarchica

Home Centro studi libertari - Archivio G. Pinelli

Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta - Albert Camus

  • Home
  • Contattaci
  • Sostienici
  • 5 x mille
  • Chi siamo
    • Il CSL - Informazioni pratiche
    • Storia del CSL
    • Giuseppe Pinelli
    • Metodologia – Storia dal basso
  • Navigazione
    • Eventi - Iniziative
    • Bollettino
    • Fondi archivistici
    • eArchive - Progetti digitali
    • Ricerche e temi
    • Persone
    • Focus - Approfondimenti
    • Gallery - Video - Percorsi visuali
    • Edizioni e pubblicazioni
  • Risorse per la ricerca
    • Catalogo della biblioteca
    • Fondi archivistici
    • Catalogo ReBAL
    • Risorse FICEDL
    • Periodici
  • Novità e materiali
    • Novità e annunci
    • Chicche e documenti d'archivio
    • Tutti i materiali

Morland Dave - Anticapitalismo e anarchismo poststrutturalista

 

Anticapitalismo e anarchismo poststrutturalista

di Dave Morland

 

Introduzione

 

L'anarchismo sociale è stato a lungo considerato un'ideologia anomala e incoerente. I critici, simpatizzanti o obiettivi che fossero,  l'hanno spesso accusato di essere troppo disuguale per costituire un'ideologia unica e riconoscibile (Chomsky 1970; Miller 1984; Ball and Dagger 1991). È vero fino a un certo punto: si tratta sì di un'ideologia vaga e poco coerente, troppo sfuggente per certi commentatori che stentano a inserirla in modo chiaro e netto in una categoria. Ma altri autori, me compreso, si sono convinti che nell'anarchismo sociale ci siano rigore e coerenza sufficienti a definirlo un'ideologia identificabile (Morland 1997; Woodcock 1975). Mentre l'anarchismo sociale, come struttura accademica convenzionale, presenta parecchie difficoltà, resta sempre problematico riuscire a dare una definizione di anarchia. Superata la visione ottocentesca, il secolo passato ha visto una proliferazione di diverse correnti all'interno del pensiero anarchico. La principale è quella dell'ecologia sociale, sostenuta principalmente da Murray Bookchin,  ma ce ne sono molte altre, come quella primitivista (John Zerzan) e quella anarchica poststrutturalista ( Todd May).

Il pensiero e gli scritti anarchici presentano differenze sulla definizione di anarchia e di anarchismo sociale. Invece, in genere, c'è un accordo sulle cose cui l'anarchismo si oppone. Un punto di partenza comune riguarda la questione del potere. Ispirandosi alla teoria della scelta razionale, Michael Taylor (1982: 11-13) definisce potere la capacità di modificare la gamma delle azioni possibili. In quest'ottica minacce e ricompense sono istanze del potere. Ma Taylor ammette che il potere ha anche un rapporto con la situazione dei gruppi all'interno della società e con la capacità di questi di assicurarsi i risultati che vogliono. È questo il modo in cui Marshall intende i tipi di potere all'interno della società: potere tradizionale fondato sulle usanze; potere di nuova acquisizione basato sulla legge, lo Stato e le strutture militari, per esempio; potere rivoluzionario, spesso legato a partiti politici di avanguardia (Marshall 1992: 45-6). Indubbiamente il potere è un elemento centrale della teoria anarchica, e gli anarchici vecchi e nuovi condividono la convinzione che lo si debba sradicare ed eliminare dovunque sia possibile. In particolare, i fautori dell'anarchia sociale hanno attaccato il potere dove è più concentrato, nelle mani dello Stato. Anzi, il potere è parte integrante della critica anarchica del marxismo e della insistenza di quest'ultimo sulla dittatura del proletariato come cardine della strategia rivoluzionaria. Analogamente gli anarchici sono in certi casi definiti per la loro opposizione allo Stato. Per questo l'anarchismo sociale è considerato un'ideologia anti-stato. Per la maggior parte degli anarchici, anche se non per tutti, l'anarchia coincide con la costruzione di una futura società senza Stato. Si veda per esempio, la nota affermazione di Malatesta della fine Ottocento (Malatesta: 1974). Etimologicamente il termine anarchia indica un'assenza di governo o di comando. Per questo, quando parliamo di anarchia, in genere intendiamo una "società senza Stato" (Carter, 1933: 141).

Questo capitolo non pretende di risolvere o di superare le difficoltà relative alla definizione di anarchia e di anarchismo sociale, ma avanza semplicemente l'ipotesi secondo la quale la prospettiva poststrutturalista, se si colloca al fianco delle pratiche dei nuovi movimenti collegati alle recenti manifestazioni anticapitaliste, offre la possibilità di comprendere come nella pratica anarchica emergano nuove modalità. Bookchin ha tentato di inquadrare questo dibattito nel suo Social anarchism or lifestyle anarchism: an unbridgeable chasm (1995), che criticava il postmodernismo e l'anarchismo legato allo stile di vita. Non sorprende il fatto che l'analisi di Bookchin non sia stata accettata universalmente negli ambienti anarchici: se ne può leggere una critica incisiva in Bob Black, Anarchy after Leftism (1997). Se punto l'obiettivo sulla relazione tra anarchismo sociale e anarchismo poststrutturalista, non voglio con questo rivendicare una proprietà sul carattere dell'anarchismo  in sé e per sé. Lo scopo di questo saggio è di mettere in luce l'importanza di una maggiore comprensione dell'anarchismo sociale. Non è mia intenzione escludere o svalutare altre espressioni dell'anarchismo, ma solo mettere in luce come la teoria e la pratica anarchiche (osservando da vicino le loro manifestazioni postmoderne e/o poststrutturaliste) si evolvano verso qualcosa di diverso e nello stesso tempo alimentino le forme di resistenza attuali contro l'oppressione tradizionale in campo politico, sociale ed economico.

 

Anarchismo sociale

 

Resistere al potere

Per le finalità di questo saggio, la definizione di anarchismo sociale è sostanzialmente in linea con i testi e la pratica che rimandano a personalità del XIX secolo -  Proudhon, Bakunin e Kropotkin. Un aspetto che hanno spesso in comune i gruppi anticapitalisti di questo periodo e l'anarchismo sociale è un allineamento lungo un asse di unità negativa. Con questo intendo dire che gli anarchici sociali e le temporanee coalizioni che sono state caratteristiche delle recenti manifestazioni anticapitaliste trovano l'unità grazie a ciò contro cui si oppongono. Per gli anticapitalisti, gli avversari più regolarmente citati sono il capitalismo, la globalizzazione e le imprese transnazionali. Gli anarchici sociali hanno analoghi nemici. Per di più, sia gli uni sia gli altri sottolineano come una cartografia dei rapporti di potere non produca una mappa nella quale è presente un epicentro dominante. Gli anarchici, vecchi o nuovi, rilevano come i rapporti di potere permeino molteplici reti e affermano che la resistenza deve tenere conto di questo. 

Nella letteratura anarchica non mancano le argomentazioni contro la gerarchia e la disuguaglianza. In queste troviamo le prove del debito che l'anarchismo sociale ha nei confronti del marxismo ma anche del suo ripudio della teoria marxista. Bakunin è uno splendido esempio di come l'anarchismo sociale per un verso abbia sposato la critica morale al capitalismo di Marx, e per l'altro abbia respinto la strategia rivoluzionaria privilegiata dal quest'ultimo. Anche se ci sono profonde differenze tra la concezione marxista e quella anarchica della natura umana, Bakunin non esita a prendere da Marx il tema dell'alienazione quando critica gli effetti  disumanizzanti del modo di produzione capitalista. Quello che interessa qui (riguardo alle differenze tra anarchismo sociale e anarchismo poststrutturalista) è che l'adozione di quel concetto marxiano rispecchia la prospettiva fondazionista dell'anarchismo sociale. Qui anarchismo sociale e marxismo convergono nel presumere che la portata degli effetti disumanizzanti del capitalismo sia valutabile sulla base di un certo concetto di natura umana. Anche se questo è diverso per le due ideologie, il punto critico di riferimento comune a entrambe è la centralità della natura umana. Su questa base Marx costruisce la propria critica morale del carattere alienante e sfruttatore del capitalismo, in una prospettiva fondazionista condivisa da anarchici come Bakunin.

Questa convergenza, però, è subito interrotta dalla critica, quando si passa a individuare una strategia rivoluzionaria adeguata. Il dibattito tra Marx e Bakunin nella Prima Internazionale e il successivo e più ampio dissidio sui mezzi e i fini della strategia rivoluzionaria hanno al centro due diverse concezioni della natura umana. In questo senso Miller (1984:93) ritiene che gli anarchici possiedano una visione più realistica della natura umana, proprio in ragione del loro timore che una "dittatura del proletariato" di stampo marxista possa portare al formarsi di una nuova élite dominante. Gli effetti corruttori del potere sulla natura umana sono ben documentati negli scritti di Bakunin e di altri e sono un elemento centrale della rottura tra marxisti e anarchici dopo la Prima Internazionale.

In sostanza l'anarchismo sociale è critico verso il modo in cui il marxismo di pone nei confronti della politica rappresentativa. Autodefinendosi rappresentanti e portavoce delle masse oppresse, i leader rivoluzionari marxisti assumono un ruolo di avanguardia che vorrebbe assicurare la vittoria del proletariato. La creazione di un partito politico centralizzato e gerarchico per guidare gli operai alla vittoria è fortemente contestata dagli anarchici soprattutto per tre ragioni. La prima è la questione della rappresentanza. Come sottolineano vari autori, fra i quali Bakunin (1990; 135-6) e Malatesta (1974: 44-7), gli anarchici non si occupano della stesura di piani elaborati e non vogliono affermarsi come leader profetici della rivoluzione. Sarebbe come trasformarsi in una casta sacerdotale che governa il resto degli esseri umani. Malatesta scrive: "Ci autodichiareremmo governo e prescriveremmo, come legislatori religiosi, un codice universale per le generazioni presenti e future" (1974:44).

 

Attori rivoluzionari

La seconda ragione per cui gli anarchici rifiutano le concezioni marxiste della rivoluzione è questa: essi erano piuttosto riluttanti ad attribuire al proletariato un ruolo salvifico  dell'umanità e tendevano a guardare al di là della classe operaia come incarnazione del destino rivoluzionario. Invece, personaggi come Bakunin indicavano come i gruppi sociali potenzialmente rivoluzionari quelli che la sociologia contemporanea chiamerebbe i socialmente esclusi, come Marcuse ( 1968) ha fatto un secolo più tardi.

 

Il luogo del potere

La terza ragione deriva naturalmente dalla seconda. Prospettando un ruolo potenzialmente rivoluzionario di classi che non sono quella operaia, gli anarchici sociali manifestano la convinzione del fatto che la resistenza non sia esclusivamente ( e forse nemmeno principalmente) di natura politica. Il potere, per esempio, ha riflessi all'interno delle istituzioni sociali e dei rapporti economici e culturali, quanto ne ha nella sfera politica. Con questa convinzione, gli anarchici sociali sottolineano come sia necessario resistere  a tutte le forme di potere, di gerarchia e di oppressione, di carattere politico come sociale, culturale ed economico, e come alla fine le si debbano sovvertire. Ciò nonostante essi hanno invariabilmente indicato lo Stato come luogo del potere al quale si deve opporre resistenza.

 

Azione diretta

Una caratteristica che definiva l'anarchismo sociale era il suo impegno per l'azione diretta spontanea. Praticata da attivisti di base senza una leadership burocratica, l'azione diretta era celebrata in quanto strumento efficace tra le armi strategiche del movimento. Per il suo carattere partecipativo, l'azione diretta alimenta la fiducia degli anarchici nella capacità degli individui di operare per proprio conto. Come sostiene Ward (1988), anche i progetti di autocostruzione di abitazioni o di cooperative di inquilini sono incoraggianti proprio perché offrono una prova convincente del fatto  che le persone sono in grado di vivere senza organismi oppressivi come lo Stato. L'auto-organizzazione, perciò, è stata fondamentale sia per la promozione dell'azione diretta da parte degli anarchici sociali, in quanto strumento efficace di resistenza e sovversione, sia per le tesi di fattibilità di una esisetnza senza Stato dopo la caduta del capitalismo.

 

Anarchismo poststrutturalista

 

In che cosa dunque si distinguono la teoria e la pratica dell'anarchismo poststrutturalista rispetto ai precedenti? Anch'esso, come l'anarchismo sociale si schiera per l'eliminazione del potere, della disuguaglianza e del capitalismo. Sostenere il contrario significherebbe immaginarsi una frattura di dimensioni sismiche all'interno del movimento e del suo discorso teorico. Ma una frattura del genere non c'è stata. L'anarchismo sociale ha modificato le proprie basi così da fare propri alcuni elementi del pensiero poststrutturalista.

 

Contro i discorsi fondazionisti

Questo slittamento dall'anarchismo sociale in direzione di quello poststrutturalista è soprattutto visibile e particolarmente importante su tre piani teorici. Il primo (quello che mette in luce gli altri due) riguarda la critica poststrutturalista dei discorsi e delle narrazioni fondazioniste. Il pensiero poststrutturalista, quello strettamente legato alle opere di Foucault e Derrida, respinge le tesi (come quelle che si trovano negli scritti di Marx)  secondo le quali la condizione umana si spiega riferendosi a strutture che la sottendono, per esempio all'economia, che si possono sottoporre a un'analisi oggettiva  che a sua volta è esterna al discorso che costruisce quelle stesse strutture. Todd May, nel suo The political philosophy of poststructuralist anarchism (1994) ha fatto vedere come il poststrutturalismo si sia sbarazzato di tutte le forme di umanesimo, perché per esse "soggetti e strutture sono sedimentazioni di pratiche la cui origine non è rintracciabile in un ambito ontologico privilegiato, ma va piuttosto ricercata tra le pratiche specifiche in cui sorgono" (May, 1994: 78).

Ci sono due inevitabili difficoltà strategiche (per usare la terminologia di May) nel pensiero dell'anarchismo sociale. La prima riguarda la concezione di un'essenza sostanzialmente buona dell'uomo o della natura umana, anche se, come io ho sostenuto altrove (Morland 1997), è semplicistico o sbagliato attribuire all'anarchismo l'esclusiva di un assunto positivo nei confronti della natura umana. La seconda difficoltà riguarda l'idea di un'eliminazione del potere ascritta all'anarchismo sociale, e ne tratteremo più avanti. La prima collega senza scampo l'anarchismo sociale ai discorsi fondazionisti, e solo l'abbandono di tali discorsi facilita la separazione tra anarchismo sociale e anarchismo poststrutturalista.

 

Ancora il luogo del potere

Il secondo slittamento sul piano teorico è meno evidente, ma non meno reale. Esso emerge dalla transizione verso una filosofia poststrutturalista,  che definisce il potere  in quanto operante su più piani e con diverse modalità. A dire il vero, gli anarchici sociali hanno a lungo concepito il potere come una relazione che permea le istituzioni politiche, sociali ed economiche. Tuttavia, afferma May, esso è fautore del decentramento del potere proprio perché vi vede l'alternativa all'accentramento di quel potere nelle mani dello Stato. In questo senso, l'anarchismo sociale è una filosofia politica strategica, secondo la definizione di May, mentre per una filosofia tattica, come quella dell'anarchismo poststrutturalista,

 

non esiste un centro al cui interno sta il potere. In altre parole, il potere, e quindi la politica, sono irriducibili. Ci sono molti luoghi diversi da cui emerge, e c'è un'interazione tra quei diversi luoghi che creano il mondo sociale. Con ciò non si vuole negare che esistano punti in cui il potere si concentra o (per restare nella metafora spaziale) punti in cui s'incrociano varie righe, e magari più spesse. Ma il potere non ha origine in quei punti: piuttosto si accumula intorno a essi.

 

Gli Stati non sono uniformi o identici per come appaiono e per come si organizzano. Non sono "fatti solo di persone, ma di boschi, campi, giardini, animali e merci" (Deleuze et Guattari, 1988: 385), ma "ognuno reca in sé i momenti essenziali della propria esistenza" (p. 385). Questo perché lo Stato, per Deleuze e Guattari, non si è sviluppato nel corso di un dato periodo storico, ma "si presenta completamente armato, con un colpo magistrale eseguito all'improvviso" (1984: 217). Lo Stato dispotico dei primordi, che Marx lega al "modo di produzione asiatico ", è l'astrazione originaria che si realizza in esistenza concreta  in diverse situazioni. Ora, lo Stato "è soggetto a un campo di forze del quale coordina i flussi e del quale esprime i rapporti autonomi di dominio e di subordinazione" (1984: 221). Oggi, dunque, lo Stato si forma al di fuori dei flussi decodificati che inventa per il denaro e per la proprietà, al di fuori delle classi dominanti, rimane acquattato dietro alle cose che significa ed è "esso stesso prodotto all'interno del campo di flussi decodificati" (p. 221). Con la stessa logica, lo Stato è ora determinato dal sistema al cui interno si concretizza nell'esercizio delle proprie funzioni, ma nel quale rimane anche subordinato a quelle stesse forze che decodifica. In sostanza, "l'essere Stato presenta due aspetti: l'introiettamento in un campo di forze sociali sempre più decodificate che formano un sistema fisico, e la sua spiritualizzazione in un campo ultraterreste che crea sempre più codici in eccesso fino a  formare un sistema metafisico" (p. 222). Sta un questo la totalità con la quale deve oggi fare i conti l'anarchismo sociale. La sola resistenza contro lo Stato, in un rozzo stratagemma politico, non significa granché davanti al nuovo modo d'intendere lo Stato.

 

Resistenza poststrutturalista

 

All'interno dell'anarchismo poststrutturalista, dunque, la resistenza è destinata a riflettere la natura del potere e ad affrontarlo dovunque si materializzi. In questo senso, la resistenza per i poststrutturalisti è erede del situazionismo, che si confrontava con lo spettacolo del capitalismo e nello stesso tempo lo sovvertiva, e, così facendo, segnalava uno scostamento dalla lotta economicista al capitale, in quanto epicentro strutturale del potere. Di conseguenza c'è un ricorso a forme di opposizione alternative per sovvertire la dinamica delle totalità. La resistenza non si limita più al politico, all'esprimersi contro la borghesia in quanto rappresentante del capitale, ma assume forme sociali e culturali. Queste forme di resistenza e di sovversione sono il cardine dei nuovi movimenti sociali che costituiscono la recente opposizione radicale, la quale si esprime, tra le altre cose, anche attraverso il movimento anticapitalista.

I servizi dei media sulle recenti manifestazioni anticapitaliste vorrebbero farci credere che gli anarchici siano ai margini di tali movimenti, fossili sopravvissuti di qualche organizzazione segreta di dinamitardi ottocenteschi, non diversi da come erano rappresentati agli inizi del Novecento, per esempio nel romanzo L'agente segreto di Joseph Conrad. È vero, come ha osservato Apter, l'anarchia è "associata alle immagini di irrazionalità, bombe, attentati e irresponsabilità" (Apter & Joll 1971: 1). Sarebbe sciocco negare che la violenza si accompagna spesso all'azione diretta come forma di protesta, ma resta opinabile l'idea che la violenza non sia più accettabile. Qui l'anarchismo sociale appare una chiesa allargata, con alcuni che predicano contro il ricorso alla violenza, come Kropotkin, e altri disposti a battersi fisicamente contro la polizia e altri avversari (vedi per es. Miller 1984, cap. 8).

 

Nuovi movimenti sociali

 

Formazioni e fondamenti logici

Anche se sono indubbiamente una prodotto di dotte analisi sulle proteste popolari, i nuovi movimenti sociali sono anche reali e concreti. Definirne con precisione ontologica le caratteristiche non rientra tra le finalità di questo scritto, ma pare piuttosto evidente che la recente ondata di proteste anticapitaliste in tutto il mondo abbia messo in luce la vitalità di tali movimenti, anche se sono più complessi di quanto lascino intendere etichette e interpretazioni. Whittier (2002: 289) rileva che essi "sono composti da conglomerati instabili di organizzazioni, reti, comunità e singoli attivisti, collegati dalla partecipazione a mobilitazioni e da identità collettive attraverso le quali i partecipanti definiscono i limiti e l'importanza del proprio gruppo". Non sono movimenti statici né monolitici, ma entità dinamiche che spesso dispongono di un'organizzazione organica ed acefala. Inoltre, nelle recenti proteste contro il capitalismo e la globalizzazione, si è vista la convergenza di movimenti di diversa natura e spesso con sfumature politiche anche decisamente diverse. Si potrebbe definire questo movimento, con maggior precisione, il movimento dei movimenti. In ogni modo, a chiunque abbia preso parte alle recenti manifestazioni anticapitaliste risulta evidente che l'anarchismo ne è un cardine. Graeber (2002:62) afferma: "L'anarchismo è il cuore del movimento, la sua anima; di lì proviene quanto c'è di nuovo  in esso, quanto dà speranza". La presenza trasversale dell'anarchismo sociale nei movimenti non è una novità. Murray Bookchin,. per esempio, aveva indicato diversi principi e diverse pratiche anarchiche che si possono riscontrare all'interno dei nuovi movimenti sociali degli anni ottanta, e che riguardavano soprattutto questi fenomeni:

 

  1. i documenti di questi gruppi richiamano le raccomandazioni di Kropotkin per una società decentrata e per il rifiuto del capitalismo;
  2. i movimenti municipalisti in particolare adottano il principio di Bakunin secondo il quale gli anarchici possono partecipare alla politica locale;
  3. sono antigerarchici;
  4. "il principio che unifica questi movimenti in apparenza indipendenti è il concetto di partecipazione e di mutuo aiuto" (Bookchin 1989: 271).

 

Senza dubbio l'analisi di Bookchin resta valida anche quando si esaminano i movimenti legati alle recenti manifestazioni anticapitaliste; essa però comincia a perdere significato quando si comprende il carattere poststrutturalista del movimento anticapitalista. Ruggiero (2000) ha osservato che in quest'ambito emergono sempre più due scuole di pensiero opposte. La prima teorizza che i movimenti sociali  hanno come interesse la mobilitazione e la distribuzione delle risorse. È la tesi avanzata per esempio da McCarthy and Zald  (1977) e da Bluechler (1993). La seconda è capeggiata principalmente da Melucci (1996) che sostiene che ai movimenti sociali non interessano tanto le azioni politiche, quanto le battaglie sul piano simbolico e culturale. La scelta della categorizzazione dipende in gran parte dalla definizione di "nuovo" nei movimenti. Secondo Melucci (1996: 5) "nuovo" vuole significare molteplici "differenze comparative tra le forme storiche del conflitto di classe e quelle di azione collettiva oggi emergenti ". 

Prudente nell'attribuire a questi movimenti un'unità d'intenti che non esiste, Melucci osserva che essi sono

 

sistemi d'azione, reti complesse tra diversi piani e significati dell'azione sociale. L'identità collettiva che fa sì che diventino attori non è un dato di fatto o un'essenza, ma il risultato di scambi, trattative, decisioni e conflitti tra attori (1996: 4).

 

Melucci ha ragione a sottolineare qui l'assenza di azioni politiche, se non altro perché i nuovi movimenti sociali e soprattutto quello anticapitalista sono esplicitamente antipolitici. Come ha potuto osservare Ruggiero (2000: 181) nella sua ricerca sui centri sociali a Milano, la novità di questi movimenti consiste " nel loro rifiuto a impegnarsi nella costruzione di un organismo rappresentativo più alto, un partito o un'organizzazione onnicomprensiva". Costituire una struttura organizzativa simile a quella di Friends of the Earth o di Greenpeace, non rientra tra gli obiettivi dei nuovi movimenti (anche se questo non è tanto vero per qualcuno dei gruppi trotzkisti impegnati nel movimento anticapitalista, come l'inglese Globalize Resistance). Invece le loro forme organizzative sono "molteplici, fragili, precarie e incoerenti" (Ruggiero 2000: 181); non aspirano a rappresentare una maggioranza e inoltre si sono completamente liberate dai ceppi della politica rappresentativa.

A molti osservatori, anche a quelli che li guardavano con simpatia, però, è qualche volta sfuggita la vera novità dei movimenti. Brady (2002: 58), per esempio, plaude ai movimenti anticapitalisti, perché si impegnano in "forme di protesta originali, creative ed estemporanee", che favoriscono la partecipazione politica pur tenendosi alla larga dalla politica. Il giudizio sulle nuove forme di protesta non può prescindere da un'analoga presa d'atto di un diverso senso della propria finalità. Mentre esorta a entrare nell'arena democratica per estendere l'appello alla democrazia del movimento, è evidente che Brady (2002: 65) ha in sostanza frainteso il carattere e gli obiettivi del movimento. Delle due l'una: o si è sbagliato nel giudicare la centralità dell'anarchismo all'interno del movimento oppure nel concettualizzare la natura dell'anarchismo come entità politica. Nella misura in cui è anarchico, il movimento anticapitalista non ha nessuna intenzione di entrare nell'arena democratica della politica elettorale e non aspira a un cosmopolitismo più ampio basato su una politica democratica. Inoltre, il movimento non pretende di parlare in nome di qualcuno o di rappresentare qualcuno, tanto meno i popoli di tutto il mondo. La sola idea della politica rappresentativa fa orrore ai movimenti anarchici.

Certo, in Inghilterra il movimento anticapitalista ha origini evidentissime. Esso è

 

emerso da una convergenza tra ambientalisti radicali e anarchici, a sua volta favorita da un crescente senso di malessere tra alcune organizzazioni e intellettuali liberal. A esso si sono poi uniti gruppi di sinistra, alcuni prima (Workers Power) e altri dopo (SWP) (Jazz 2001: 96).

 

Tattiche, prassi e Black Block

Il fatto che nel movimento siano presenti gruppi di vario orientamento politico è indiscutibile. Il che comporta ovviamente che ci siano divergenze sulle tattiche e le pratiche di lotta al capitalismo. Si è molto discusso sul ruolo dei "Black Block" a Genova e in altre manifestazioni. Caratterizzati dall'impegno a scontrarsi con la polizia con la violenza se necessario, i Black Block non sono ben visti in tutti gli ambiti del movimento. Pur non essendo esclusivamente anarchici, essi sono un esempio della recrudescenza di una strategia dell'anarchismo sociale che sta al centro del movimento anticapitalista. Spontaneità, autonomia e azione diretta sono i loro attributi, come lo sono di altri presenti nel movimento. Anzi per qualcuno (K. 2001) "Black Block" è semplicemente una tattica. Per altri (Porter, 2001) Black Block ha adottato troppo in fretta l'identità stereotipata dell'anarchico come istigatore di caos e di devastazione. Il fatto è che non c'è accordo sulle tattiche e sugli obiettivi del movimento anticapitalista. Molto meno discussione c'è invece sul fatto che il Black Block

 

non è affatto un'organizzazione né un gruppo. Non esiste al di fuori della manifestazione ed è unito solo in quella manifestazione attraverso una minima convergenza tattica di persone che sono lì per distruggere le proprietà e scontrarsi con la polizia (Anonimo, 2001: 45). 

 

Queste caratteristiche generano preoccupazione all'interno del movimento, ma quel disagio riflette l'eredità dell'anarchismo sociale che mette in primo piano la protesta contro il capitale. Come ha osservato Kamura, all'interno del movimento è importante la coerenza  tra fini e mezzi. La prospettiva che la violenza diventi l'espressione che definisce la protesta anticapitalista rischia di danneggiare tutto l'orientamento del movimento: "Noi vogliamo un mondo giusto e corretto e non facciamo il gioco sporco" (Kamura, 2001: 60). L'anarchismo sociale ha una storia lunga e ambigua al suo interno e questo indubbiamente continuerà ad avere un ruolo integrante nelle manifestazioni anarchiche.

Il Black Block è anche  rappresentativo di un'altra caratteristica del movimento anticapitalista: l'assenza di una struttura evidente e gerarchica. Un'unità fragile e provvisoria caratterizza il convergere di questo movimento dei movimenti, sia in quanto movimento più vasto nel corso delle manifestazioni, sia, spesso, all'interno di singoli gruppi o movimenti. Come ha spiegato Ian Welsh, cominciamo ad assistere all'arrivo

 

di un movimento auto-organizzato che esiste senza che nulla lo qualifichi come una tradizionale struttura organizzata. La presenza di movimenti in rete, capaci di promuovere una vaga mobilitazione allo scopo di compiere azioni dirette molto specifiche a brevissimo termine, costituisce un modello di contestazione culturale molto diverso  rispetto a quelli tipici degli anni settanta, che hanno orientato gran parte delle ricerche sui movimenti sociali (Welsh, 1999: 79).

 

Inoltre, gli attivisti oggi sembrano decisamente meno propensi a compromettere il proprio coinvolgimento inserendo il movimento in forme d'impegno limitate a strutture e pratiche  tradizionali. Welsh (1999: 79) osserva che le manifestazioni attuali "sono sempre di più messe in scena secondo i termini posti dai movimenti". Finora non sembra che gruppi come Reclaim the Streets, Earth First! e l'Anarchist Travelling Circuit vogliano seguire le orme di organizzazioni del tipo di Friends of the Earth o Greenpeace, con la creazione di strutture burocratiche di governo o inserendosi nelle logiche del sistema e negoziando direttamente con i governi e i loro organismi.

Il che non significa che tutti i gruppi e i movimenti che hanno preso parte alle recenti manifestazioni anticapitaliste si conformino a questo modello. Movimenti con prospettive sostanzialmente diverse combinano spesso (e in modo significativo sul piano locale) le proprie forse durante queste manifestazioni. Una ricerca di Plows e Wall (2001: 4) evidenza come una delle particolarità distintive  "delle proteste contro il neoliberismo è il carattere ibrido delle reti coinvolte. Oltre settecento gruppi di vari paesi erano coordinati dal Genoa Social Forum". Ciò nonostante dai movimenti di protesta emerge una nuova dinamica. È la spinta a progettare il meccanismo di interrelazione e le pratiche di globalizzazione. Così l'articolazione di un quadro più ampio è un elemento integrante della campagna condotta dai gruppi di protesta fino dalla fine del secolo scorso (Plows and Wall, 2001: 8).

Come lasciano intendere questi due autori, qui non assistiamo all'emergere di gruppi completamente nuovi, senza niente in comune con chi li ha preceduti. Le tattiche e le strategie adottate sono spesso desunte dalle esperienze di movimenti e di gruppi attivi negli anni ottanta e novanta, se non prima. Nella misura in cui tali strategie chiamano a un impegno nelle protesta politica, è possibile ipotizzare, come hanno fatto Goaman e Dodson (1997), che i nuovi movimenti sociali pratichino una modalità sperimentata e ben collaudata della politica socialista ortodossa. Tuttavia, quanto più essi si sottraggono a quelle forme tradizionali e respingano la delega e l'avanguardismo tipici della politica marxista, e di converso fanno proprie le nuove forme di contestazione socioculturale, tanto più risulta sensato considerare che essi presentano espressioni poststrutturaliste dell'anarchismo.

 

Nuovi movimenti sociali e anarchismo poststrutturalista

 

Non sono solo la fluidità e il carattere effimero delle alleanze che li rendono diversi: piuttosto, il carattere poststrutturalista è evidente nelle strategie di resistenza Al centro di tali strategie c'è quello che Welsh (1999: 80) definisce "il processo a lungo termine di costruzione di capacità autonome". Gli anarchici sociali hanno fatto a lungo tesoro del principio per cui si agisce per sé: era questo il messaggio espresso da Kropotkin nel suo articolo "Act for yourselves" pubblicato su Freedom nel 1887 (Kropotkin 1988). Nella misura in cui le comunità locali e i movimenti si schierano contro il capitale e la globalizzazione, per esempio, tali azioni sono una chiara conferma del principio anarchico, In questa forma la resistenza sta al centro delle strategie del nuovo movimento sociale: si manifesta a più livelli, assume forme diverse e "rappresenta un punto di convergenza tra pensiero anarchico e pensiero postmoderno" (Aster, 1998: 109).

 

Costruire capacità anarchica

In sostanza, dunque, ci sono due caratteristiche dei nuovi movimento che per la loro natura si possono definire anarchiche. La prima è quella a cui si riferisce  Welsh quando parla di “costruzione di capacità autonoma” e che collega il vecchio con il nuovo: il rifiuto della rappresentanza e della delega. Gli anarchici hanno sempre guardato con sospetto l’avanguardismo. Sia che si presenti nella fattispecie di una élite rivoluzionaria sia come velato vampirismo di un’organizzazione che pensa di saperne di più, la rappresentanza è stata e rimane una parola sgradita nel lessico anarchico di resistenza. La riluttanza dei nuovi movimenti a farsi trascinare da strategie obsolete di protesta politica è un segnale del rinnovato impegno in direzione di un agire anarchico. È appunto questo l’ethos che sottolinea Graeber (2002: 66) quando parla del tentativo del movimento di “tracciare le coordinate di un territorio completamente nuovo”. Gruppi come Direct Action Network e Tute Bianche sono impegnati a costruire un “linguaggio nuovo” di disubbidienza civile che coniuga elementi di teatro di strada, di festa e di quello che si può solo definire “conflitto armato non violento” (Graeber, 2002: 66). Le loro attività contrastano nettamente con le forme tradizionali di protesta legate alla sinistra socialdemocratica e alla politica sindacale degli ultimi quarant’anni. Se non altro, le ultime manifestazioni sono vissute in un modo molto diverso. Rispetto ai cortei e ai raduni organizzati con largo anticipo, le manifestazioni più recenti instillano tra i partecipanti un senso di autonomia organica. Ciò nondimeno, queste tattiche hanno punti di contatto con la cultura anarchica che vuole “delegittimare e smontare i meccanismi di dominio, conquistandosi nel contempo spazi sempre più ampi di autonomia” dallo Stato (Graeber 2002: 68).

 

Nuove forme di protesta

La seconda caratteristica è quella che delinea una convergenza tra i nuovi  movimenti e l’anarchismo poststrutturalista. Come hanno giustamente rilevato Gaman e Dodson (1997), se i nuovi movimenti restassero ingabbiati in stanche forme di protesta politica, non riuscirebbero ad andare oltre gli schemi dell'ortodossia socialista. Per la sua stessa natura, l'anarchismo ha sempre ricercato alternative di opposizione. La fondazione di comuni, la costruzione di scuole libere, la pubblicazione di opuscoli radicali, la composizione di poesie antigerarchiche, la coltivazione di fiori, la vita tra gli alberi, la produzione di alimenti organici, l'occupazione di abitazioni in disuso, l'impiego di olio alimentare come combustibile verde per i motori diesel, sono tutte prove di come la resistenza, all'interno dei circoli anarchici, assuma forme simboliche e culturali. E questo dimostra la convergenza tra  l'anarchismo sociale e quello poststrutturalista e fa vedere come entrambi trovino un punto d'incontro nella resistenza. May (1994) sostiene che proprio attraverso la promozione e la predilezione per le pratiche alternative ci sia un incontro tra l'anarchismo sociale e quello poststrutturalista. In tal modo entrambi creano uno sfondo  davanti al quale i nuovi movimenti sociali che ruotano intorno al dibattito sull'anticapitalismo mettono in scena le nuove forme di resistenza socioculturale.

Il movimento socioculturale è molto di più di una semplice predilezione per forme di resistenza di tipo festoso. Davanti al crollo del comunismo nell'ex blocco sovietico e al generale arretramento della sinistra davanti alla virulenza del neoliberismo, l'opposizione  anticapitalista si è trasformata, passando dai tentativi di costruire un nuovo mondo (per lo più preceduto da un'economia di piano centralizzata) a forme di resistenza locali e dall'interno. Sader (2002: 97) sostiene che la resistenza, in questa nuova situazione, si è distaccata dalle narrazioni metastoriche e da un rozzo economicismo, e si è trasformata diventando "locale e settoriale". Anche se non possiamo essere d'accordo sulla formulazione, la società è indubbiamente in una fase di transizione e i movimenti rispecchiano questo cambiamento. Ciò non vuol dire che i movimenti di tipo tradizionale siano scomparsi di colpo. Anzi, c'è una sovrapposizione di vecchio e di nuovo nelle attuali manifestazioni anticapitaliste, ma c'è anche un senso autentico che distingue i nuovi movimenti dai precedenti. Melucci ha osservato che è possibile indicarne diversi fattori comuni:

 

la varietà e la scarsa negoziabilità degli obiettivi del movimento; il rifiuto del potere politico; la messa in discussione della separazione tra pubblico e privato; la convergenza di protesta e devianza; il raggiungimento della solidarietà attraverso l'azione; il ripudio della delega a favore dell'azione diretta (Melucci, 1996: 102-3).

 

Mentre riecheggiano i sentimenti degli anarchici sociali attraverso la loro pratica contemporanea, i nuovi movimenti rispecchiano anche le nuove modalità dell'anarchismo. La scelta come obiettivi dei nodi di potere sulle reti sociali, culturali e politiche, l'organizzarsi anch’essi in reti non gerarchiche e decentrate, fanno sì che i nuovi movimenti anticapitalisti non solo confermino il tradizionale approccio anarchico alla resistenza, ma anche indichino "a che cosa resistere" (May, 1994: 52). In questi assistiamo all'emergere dell'anarchismo poststrutturalista. Soggetti e strutture prendono senso dalle pratiche specifiche da cui sorgono. Nel rifiuto della delega, nella negazione della ricerca di potere politico, nel puntare sul presente e sullo specifico (Melucci, 1996: 116), il movimento anticapitalista fa propria una serie di tentativi per ritagliarsi spazi sociali di autonomia che, per il loro stesso carattere, si contrappongono al paradigma dominante della mercificazione del neoliberismo economico e sociale. La ricerca di zone autonome si svolge a livello del locale e nelle intersezioni specifiche delle reti sociali, culturali, economiche e politiche. In sostanza, il movimento ha avviato un percorso poststrutturalista per "costruire rapporti vivibili di potere " (May, 1994: 114). Prendendo coscienza del fatto che il potere pervade molteplici reti, si arriva a comprendere come non sia mai possibile eliminare il potere. Gli anarchici sociali lo avevano capito da tempo. Costruendo pratiche alternative, gli anarchici poststrutturalisti sono impegnati in ciò che Deleuze e Guattari (1988: 291) definivano "diventare minoranza". Con lo sviluppo di pratiche alternative nei forum sociali e in altre reti e organizzazioni, gli anarchici oggi criticano le pratiche dominanti e nello stesso tempo si sottraggono all'oppressione. Come sostengono Deleuze e Guattari in Mille plateau, è il concetto di maggioranza che "assume uno status di potere e di dominio, e non il contrario; assume i mezzi standard e non il contrario". Chiarito questo, è importante distinguere tra "il maggioritario in quanto sistema costante e omogeneo; le minoranze come sottosistemi; e il minoritario come potenziale divenire, creativo e creato" (1988: 105-6). In questo processo "una minoranza innumerevole e che prolifera.. minaccia di distruggere il concetto stesso di maggioranza"  (1988: 469).

Riprendendo il concetto di nomadismo da Deleuze e Guattari, Paul Virilio si è di recente espresso riguardo all'importanza di una visione del mondo come flusso. "Il mondo attuale non ha più una sua stabilità: è continuamente mutevole, precario, sfuggente" (Armitage, 1999; 48). Le analisi poststrutturaliste, basate sui concetti di rete, rizoma, correnti incrociate e deterritorializzazione si sovrappongono in modo significativo a quelle dell'anarchismo sociale. Individuandone l'origine strategica nella sua riluttanza a sostenere esclusivamente il proletariato industriale (proprio perché il potere pervade altri aspetti dell'esistenza), l'anarchismo sociale è da tempo consapevole dell'esigenza di unire la resistenza sulle reti. Ward (1988:22) osserva che gli anarchici "devono costruire reti al posto di piramidi. L'anarchismo non pretende di cambiare le etichette tra gli strati, non vuole gente diversa al vertice, vuole che ne scivoliamo fuori dal di sotto". Questa eredità intellettuale affonda le proprie radici all'interno dell'anarchismo sociale e prende le distanze da un pensiero strategico per andare verso "una filosofia politica tattica", come dice May. Una filosofia politica strategica come il marxismo colloca le varie manifestazioni di oppressione e di ingiustizia in un'unica problematica di fondo; invece il pensiero tattico  "ritrae l'universo sociale e politico con come un cerchio, ma come una rete di linee che s'incrociano" (May, 1994: 10-11). Invece di concentrare la resistenza su un unico nucleo apparente di potere, il pensiero tattico si oppone a un'emancipazione guidata da una élite di avanguardia. Osservando che il potere abita le reti e non nasce da un unico centro. "la critica poststrutturalista della rappresentanza" è decisamente anarchica nel proprio carattere (May, 1994: 12). Gli anarchici sociali come i poststruttralisti concepiscono spazi sociali formati da "intersezioni di potere e non sorti da un'unica origine" (p. 52).

 

Conclusione

L'anarchismo sociale e quello poststrutturalista, impegnandosi in molteplici forme di resistenza contro le numerose accumulazioni di potere nei diversi nodi d'intersezione delle reti sociali, culturali, politiche ed economiche, condividono la stessa prospettiva e lo stesso giudizio sulle modalità di costruzione di spazi di autonomia. Gli attivisti, compresi quelli alleati nel movimento anticapitalista, quando costituiscono luoghi di resistenza, nello stesso tempo smuovono dalla base i discorsi dominanti o prevalenti del potere. Quando attaccano con piumini rosa la polizia schierata, per esempio, i manifestanti non solo creano spazi sociali spettacolari ed autonomi, ma delegittimano anche le forme violente dell'oppressione di Stato. In realtà non tutti gli anarchici s'impegnano in pratiche del genere, ma adottano sempre più forme di protesta e di resistenza che hanno in sé tratti festosi e carnevaleschi. Analogamente, non tutti gli anarchici concordano con chi giudica che l'anarchismo sociale stia convergendo verso il  poststrutturalismo nel XXI secolo. Questo testo non pretende di esaurire un discorso che tocchi tutti gli ambiti della pratica e della teoria anarchica. È però un'attestazione del fatto (se mi è lecito usare le parole di uno studioso che non sarebbe di sicuro d'accordo con me) che l'anarchismo  debba essere considerato "un progetto vivo e vitale" (Moore, 1997a: 159). Senza ombra di dubbio la prassi anarchica è messa in evidenza dalle recenti manifestazioni anticapitaliste. Per questo, poiché l'anarchismo sociale si adegua alla vita del nuovo secolo, è un progetto che ormai possiede una dinamica chiaramente poststrutturalista.

 

Da Changing Anarchism, a cura di J. Purkis e J, Bowen, Manchester University Press, 2004.

13/03/2026
Articolo

Sostienici

Clicca qui per sapere come sostenere il nostro lavoro, oppure effettua direttamente una donazione:

 

Chi siamo in breve

Il Centro Studi Libertari nasce nel 1976 con la duplice finalità della costruzione di un archivio per la conservazione della memoria dell'anarchismo e del ripensare l'anarchismo alla luce del contesto sociale in cui opera al fine di renderlo un punto di riferimento alternativo alla cultura dominante.

Il CSL aderisce alla rete nazionale RebAl, e al coordinamento internazionale FICEDL.

 

Newsletter

Vedi archivio newsletter

facebook youtube instagram

Centro Studi Libertari G. Pinelli APS | via Jean Jaurès 9, 20125 Milano | c.f. 97030450155 | p.iva 10247350969 | centrostudilibertari@pec.it
privacy | cookie